martedì 10 dicembre 2013

LA PARALISI ITALIANA DA DEBITO

Francesco Gesualdi, autore di “Catene del debito e come possiamo spezzarle” così definisce su “Avvenire”  del 12-9-us. l’attuale situazione economica italiana. A suo parere, infatti,  la crisi è determinata dagli  interessi da pagare sul debito pubblico (i titoli di stato) che assorbono quasi completamente le entrate cosicchè poco, anzi,  pochissimo, rimane nelle sua casse  da dedicare alle manovre di politica economica.
Per comprendere il suo punto di vista, pensiamo ad un capofamiglia che abbia contratto un mutuo per l’acquisto della casa,  ed anche un contratto di assicurazione sulla vita per il caso che la sua morte improvvisa metta in pericolo la sussistenza della propria famiglia.
Fino a  che il contratto di mutuo sarà in corso, una gran parte del reddito di quel capofamiglia sarà destinato a pagare le rate dovute.
Ma allorchè quel debito sarà stato finalmente estinto, ecco che il capofamiglia avrà a disposizione l’importo fino ad allora destinato a pagarlo, e lo potrà utilizzare per migliorare, con una gestione attenta e responsabile,  le condizioni di vita della propria famiglia.               
Ma la polizza sulla vita? Certo, il capofamiglia dovrebbe continuare a pagare le rate di  quel debito che però,  essendo assai minore di quello del mutuo sulla casa, gli consentirà di utilizzare la maggior parte del  risparmio derivatogli  dall’estinzione del debito principale per la casa.
Lo stesso accadrebbe sul piano pubblico se lo stato potesse liberarsi, anche se non totalmente (dato che, così nel privato come nel pubblico, l’esistenza di un modesto debito è fisiologico) dal peso enorme degli interessi che esso deve pagare a chi gli ha prestato i soldi acquistando Bot e CCT.
Ed ove ciò si verificasse lo stato potrebbe finalmente disporre dei miliardi necessari per migliorare la pubblica istruzione, la sanità, l’ assistenza, le  pensioni e, di attualità, per effettuare quei  lavori pubblici necessari per evitare il dissesto del suolo che provoca micidiali allagamenti e spreco di pubblico denaro.
Occorre che, gradualmente, allo scadere di Bot e CCT lo Stato non  sia costretto ad emetterne altrettanti evitando che, una volta pagato un  debito, se ne debba subito contrarre uno nuovo.
Ma come può lo Stato finanziare le proprie spese senza i quattrini che incassa  vendendo  Bot e CCT?
Riducendo le spese con una politica decisa e coraggiosa vendendo, ad esempio, i propri immobili inutilizzati (come le caserme, che a Padova abbondano);  eliminando spese per enti inutili come il C.N.E.L. (Comitato Nazionale per l’Energia ed il Lavoro che non si sa bene a cosa serva), ed anche quelle per il Senato della Repubblica che andrebbe  eliminato e non trasformato in Camera delle Regioni, dato che allo scopo basterebbe un organismo molto meno numeroso, snello, moderno ed efficiente; riducendo il numero dei parlamentari ed i compensi loro e quelli di quell’altra miriade di pubblici amministratori;  aggredendo  pensioni d’oro scandalose che dovrebbero essere sottoposte ad un alto regime di tassazione destinando il risparmio relativo  al rafforzamento del personale per combattere l’evasione fiscale, e così via, lasciando a partiti, enti, associazioni ed anche a singoli cittadini di individuare e denunciare spese e sprechi da eliminare. E perché non pensare ad un premio (magari da calcolarsi sulle pensioni future, per non aggravare ulteriormente i bilanci)  per chi li  abbia evidenziati ed aiutato ad eliminarli? 
Anche le amministrazioni locali dovrebbero fare la loro parte: ferme le spese intoccabili per sanità, istruzione ed assistenza, si rinunci a ciò che sarebbe bello realizzare qualora se se ne avessero le possibilità. Per venire a noi: siamo certi di aver bisogno di un nuovo polo sanitario quando già la città dispone di un complesso ospedaliero che funziona bene e che potrebbe funzionare ancor meglio solo con qualche modesto intervento? Oltrettutto si eviterebbe un’ ulteriore cementificazione del territorio comunale. Molto bella la sistemazione di via Porciglia e di Piazza Eremitani, ma forse si sarebbe potuto tirare avanti con la viabilità  esistente, e destinare quei fondi agli asili e ad altri enti assistenziali.            
Ma, accanto a questi provvedimenti di finanza pubblica, occorre anche rivedere le nostre abitudini di privati cittadini instaurando  un tenore  di vita sobrio, diverso da quello del passato che è stato  superiore alle nostre reali possibilità, destinando il nostro denaro a saggi acquisti e non ad un vacuo consumismo.
Sono, questi, discorsi difficili, che solo politici ed amministratori generosi, attenti più al bene della società  che non alla propria carriera (ed alle prebende connesse), e non generatori di spesa per acquisire consenso (e voti), ma disposti a non assecondare richieste sbagliate, dovrebbero fare. Ed è di questi politici ed amministratori che abbiamo tanto, tanto bisogno.                                                                   Giovanni Zannini                                                                                        

                                                                                                                                   

martedì 5 novembre 2013

A Padova un gigante poco conosciuto - L' "ERCOLE" DI AMMANNATI

Nel cortile del palazzo in Piazza Eremitani n.18 già della famiglia Mantua Benavides (proveniente, appunto, da Mantova) ed oggi di proprietà Protti, si eleva la più imponente statua in pietra d’Europa, alta ben 9 metri che - pur dando atto della generosa disponibilità dei Protti di consentirne la visita –  situata  in ambito privato e non in  luogo pubblico, è poco conosciuta dai padovani.
E’ l’Ercole di Bartolomeo Ammannati (Settignano 1511 – Firenze 1592), architetto e scultore che, lasciata ben presto l’accademia fiorentina del Bandinelli, si trasferì nel 1537 a Venezia attratto dalla fama di Giacomo Tatti ( il Sansovino) con il quale collaborò ad alcune opere, quindi a Padova e poi a Roma.
Nella nostra città, nel periodo che va all’incirca  dal 1544 al 1550 ebbe varie commissioni da Marco  Mantua Benavides, illustre giureconsulto amico di Pietro Bembo e  dell’artista  estimatore e mecenate, lasciando nel cortile del suo palazzo due opere che offrono la felice occasione di conoscere contemporaneamente l’arte dell’Ammannnati sia come scultore che come architetto.
La colossale statua dell’Ercole padovano evidenzia anzitutto il gusto dell’autore per il gigantesco e le statue fuori misura attestato anche da un’altra sua famosa opera:  il Nettuno della fontana di piazza del Palazzo Vecchio a Firenze, alto solo, si fa per dire, 5 metri e 60 centimetri. Per la verità, essa ebbe più ammiratori per il candore del marmo di Carrara nel quale era stato scolpito (donde il nome di “Biancone”) che per i suoi pregi scultorei. I fiorentini sottolinearono infatti la figura statica ed inarticolata del grande Nettuno in confronto alle figure bronzee agili e scattanti, opera del Giambologna, che ornano, più in basso, il bacino  acqueo dal quale emerge il gigante, e la stessa critica potrebbe farsi all’ Ercole,  più ammirevole per le sue straordinarie misure da Guinnes dei primati che per espressività, di casa Protti.


Ben diverse, le due opere dell’Ammannati (l’Ercole padovano ed il Nettuno fiorentino) dalle statue, anche se  di minori dimensioni (ma sempre 4 metri sono), ma vive ed espressive, di Marte e Nettuno del Sansovino, suo maestro, in cima alla  Scala dei Giganti nel palazzo Ducale di Venezia.   
Possiamo allora estendere il caustico commento fiorentino al “Biancone”(“Ammannato, Ammannato, quanto marmo l’hai sciupato!” attribuito da taluni nientemeno che a Michelangelo un po’ disilluso da quell’opera dell’Ammannati che pur da lui aveva tratto ispirazione), anche al nostro  domestico Ercole?. 
Le misure più ridotte  consentono invece di  meglio ammirare un’altra opera lasciata dall’Ammannati a Padova, il Mausoleo  di Marco Mantua Benavides (che, ancora in vita, glielo  aveva commissionato) nella storica chiesa degli Eremitani ove le figure sono mosse,  espressive e fanno, quelle sì, riferimento all’arte del grande  maestro.   Si tratta di una grande struttura architettonica  in tre ordini appoggiata al centro della parete  sinistra (entrando) della grande chiesa. Sul primo è posto il sarcofago che ha,  simmetricamente, ai lati, le statue del Lavoro e della Sapienza; su quello sopra vi è, al centro,  il ritratto del defunto e, lateralmente, le statue  del Tempo e della Fama; infine, sul terzo ordine, la statua dell’Immortalità  affiancata da due putti.    
L’opera è autenticata dalla scritta “Bart.Hamannati  Florentinus faciebat” incisa sulla pietra in un angolo del basamento.
Curioso notare che, mentre le altre  figure sono lavorate su “pietra gallina” (biocalcaneite di colorazione variabile  tra il giallo paglierino  e il grigio),  la statua del defunto è realizzata in stucco, e questo fa presumere che si tratti del modello di un originale in pietra del quale non vi è traccia. 
Qui le figure, più mosse, fanno evidente riferimento all’arte del grande Michelangelo al quale  il manierismo scultoreo,  del quale l’Ammannati è  esponente, s’ispira.

Ma, si diceva, il cortile di casa Protti possiede il grande privilegio di far conoscere  l’Ammannati sia come scultore che come architetto.
Infatti, nell’angolo sinistro in fondo (rispetto all’entrata) del cortile,  sorge una costruzione  di particolare bellezza,  che sovrasta il cancello d’ingresso al giardino.
Si tratta di un arco di trionfo (evidentemente dedicato dall’Ammannati alla famiglia del suo importante committente)  di forma contenuta ed elegante che contrasta con la figura imponente e un po’ rozza dell’Ercole che occupa il centro del cortile. Pur di proporzioni  ridotte, esso costituisce un esempio di commistione fra scultura e architettura che ricorda la preziosa loggetta del campanile di S.Marco in Venezia la cui ricostruzione fu iniziata dal Sansovino nel 1537, ed alla quale certamente partecipò l’Ammannati  presente,  a Venezia, come sappiamo, in quegli anni.
Un’altra interessante testimonianza  dell’operare dell’Ammannati nella nostra città è costituita da uno stuccoforte bronzato  (modello della statua della  Sapienza che orna il monumento funebre di Marco Mantua Benavides nella chiesa degli Eremitani) custodito nel Museo di Scienze archelogiche e d’arte (Dipartimento beni culturali)  dell’Università di Padova (n.serie MB18).    

Bartolomeo Ammannati, un grande artista coevo di altri ancor di lui più famosi   (Sanmicheli, Sansovino,  Palladio)  che con le loro opere eccelse appannarono un poco le sue.


                                                                                                            Giovanni Zannini

lunedì 4 novembre 2013

Churchill aveva ragione - TRIESTE E L' "OPERAZIONE DRAGOON"

La monumentale opera di Winston Churchill in 12 volumi “La seconda guerra mondiale”  - che gli valse l’Oscar per la letteratura 1953 - è una miniera di notizie e di informazioni poco note al grande pubblico, e rivela anche, con grande franchezza, alcuni casi di dissenso verificatisi fra inglesi ed americani in tema di importanti scelte strategiche per la conduzione della guerra.
Fra queste, il dibattito sull’opportunità di effettuare nel 1944 l’ “Operazione Dragoon”, lo sbarco alleato nel sud della Francia appoggiato dagli americani e contestato, invece, dagli inglesi.
L’americano gen.Eisenhover, comandante supremo delle forze alleate sul fronte occidentale,  infatti, impegnato dopo il vittorioso esito dell’ “Operazione Overlord” – lo sbarco in Normandia – in una durissima  lotta contro i tedeschi che volevano fermarne l’avanzata in Francia, riteneva che il principale sforzo alleato  dovesse effettuarsi su questo fronte, ritenuto più importante di  ogni altro, su quello italiano in particolare, affidato alla responsabilità  del gen. Wilson  comandante supremo del teatro del Mediterraneo.         
E, onde facilitare il suo immane sforzo, Eisenhover pretendeva un’azione di alleggerimento per  costringere  i tedeschi a dirottare su altri fronti parte delle divisioni che gli si opponevano. Per questo fu decisa l’ “Operazione Dragoon” consistente nello sbarco di truppe alleate sulle coste mediterranee della Francia meridionale,  operazione che avrebbe anche dovuto consentirgli, oltre all’apertura di un secondo fronte dove i tedeschi sarebbero stati costretti ad accorrere,  l’arrivo di rifornimenti in uomini e mezzi dai porti m mediterranei di Marsiglia e di Tolone.
In questa occasione,  scrive Churchill, “si verificò la prima  importante divergenza in fatto di alta strategia fra noi ed i nostri amici americani”. Egli pensava infatti che l’alleggerimento del fronte alleato in Francia potesse essere ottenuto anche da uno sforzo sul fronte italiano ove gli alleati,  infranta la “Linea gotica”, dopo aver dilagato nella pianura padana avrebbero potuto proseguire ad est, raggiungere  Trieste e l’Istria, e, proseguendo, avanzare in Austria ed Ungheria attraverso la sella di Lubiana puntando al cuore della Germania da un’altra direzione. In tal modo, la riuscita dell’offensiva sul fronte italiano avrebbe avuto la conseguenza  di  far arrivare per primi gli alleati a Trieste,  e poi a Vienna “prima dei russi con tutto ciò che avrebbe potuto derivarne”. Churchill vedeva lontano.   
Ma il motivo principale della sua avversione all’ “Operazione Dragoon” era costituito dal fatto che  parte delle truppe alleate a ciò necessarie dovevano essere  prelevate da quelle schierate sul fronte italiano comandate dal gen.Alexander, che pure aveva espresso il suo parere contrario, indebolendolo.
Alla fine prevalse il punto di vista americano al quale il Primo Ministro inglese si assoggettò assai malvolentieri  :  ed in agosto  gli alleati presero l’iniziativa sia sbarcando nel sud della Francia, sia iniziando, (nonostante l’emorragia subita dalla  5° armata di Clark) un’offensiva sul fronte italiano con lo scopo di infrangere la Linea Gotica.
L’ “Operazione Dragoon” iniziata il 15 agosto 1944 sotto comando americano ebbe successo, ma dallo sbarco Eisenhover non  trasse tutti  i benefici sperati perché i tedeschi, dopo una debole resistenza, preferirono ritirarsi verso il nord della Francia per rinforzare le difese contro di lui. Egli ne trasse però il beneficio di poter  disporre dei porti di Marsiglia e Tolone dai quali ricevette i necessari aiuti in uomini e mezzi.
Diverso fu l’esito dell’offensiva sul fronte italiano ordinata dal gen.Alexander nonostante che le armate ai suoi ordini (la 5° statunitense del gen.Clark, e l’8° inglese del gen.Mc Creery) fossero state gravemente indebolite dalla rapina a pro della contestatissima “Dragoon”.   
Iniziata il 26 agosto dalla linea - grosso modo all’altezza di Firenze – raggiunta  dopo l’avanzata seguita alla presa di Roma, essa aveva l’obbiettivo di sfondare la Linea Gotica che sbarrava la strada verso la pianura padana.         
Ma l’obbiettivo non  fu raggiunto: gli alleati avanzarono mediamente di 8/15  chilometri oltre le linee di partenza  ma furono costretti dalla resistenza tedesca a fermarsi sulle nuove posizioni conquistate. Dopo di ciò si verificò – scrive sempre Churchill – “un certo ristagno su questo fronte a seguito del quale il comando tedesco trasferì tre sue divisioni sul fronte francese  rendendo ancor più difficile l’avanzata di Eisenhover” che ne fu vivamente preoccupato.
Quali le cause di questo insuccesso?
Per diverse settimane, dall’inizio di luglio  – “spietatamente”, scrive Churchill  -  erano state portate via “unità e uomini  di prim’ordine al 15° gruppo di armate del gen.Alexander operante sul fronte italiano e soprattutto alla 5° armata  comandata dal gen. Mark Clark che era stata “spogliata e mutilata” di ben 7 divisioni, portando i suoi effettivi da 250.000 uomini a 153.000, per costruire il corpo di spedizione per l’ “Operazione Dragoon”.
La “splendida armata” di Alexander,  costituita da 25 divisioni, era “ridotta al punto di non essere più in grado di ottenere risultati decisivi  contro l’enorme vantaggio della difensiva”. 
Eppure, insiste, se avesse potuto disporre  anche solo di  metà  degli effettivi che gli erano stati sottratti a pro della “Dragoon”, Alexander nell’ offensiva del 26 agosto avrebbe potuto infrangere la Linea Gotica e “la campagna d’Italia avrebbe potuto finire entro Natale”.  
Invece l’ “Operazione Dragoon”, fortemente avversata da Churchil che alla fine aveva dovuto subirla, fu causa dell’insuccesso dell’offensiva alleata sul fronte italiano e, a causa di ciò, l’Italia sarebbe stata completamente liberata solo dopo 8 lunghi mesi.
Scrive il Primo Ministro inglese: “…La puntata in direzione di Vienna ci era negata…con tutte le splendide possibilità e le magnifiche prede che ci si offrivano sulla strada di Vienna”. Tesi che egli sottolinea in un messaggio 28-8-1944 al presidente  Roosevelt allorchè scrive che “l’arrivo di una potente armata  a Trieste e nell’Istria  fra 4 o 5 settimane avrebbe conseguenze positive che  non si limiterebbero al campo strettamente militare. Forze di Tito saranno ad attenderci in Istria” e, pare sottintendere, lì lo avremmo fermato.
Si possono a questo punto trarre, da tutto quanto precede,  due conclusioni.
Primo, la visione strategica di Churchill nella conduzione della guerra dopo lo sbarco alleato in Normandia era stata molto più ampia e preveggente di quella di Eisenhover che si era concentrato esclusivamente su di un obbiettivo immediato  - la vittoria contro i tedeschi in Francia - disinteressandosi del  futuro post bellico.
Secondo, se avesse prevalso il punto di vista di Churchill, se le forze alleate sul fronte italiano non fossero state depredate di effettivi a  pro dell’ “Operazione Dragoon”, l’offensiva di Alexander sarebbe riuscita nell’intento di sfondare la Linea Gotica.
Di seguito  gli alleati sarebbero arrivati a Trieste e nell’Istria prima dei partigiani jugoslavi e la tragedia della Trieste occupata da Tito, sarebbe stata evitata.

                                                                                                                 Giovanni Zannini  


L'ISLAM "MODERATO"

Non solo i droni, l’intelligence, le spie, i soldi, la corruzione, le audaci azioni di commando per combattere quell’Islam feroce che in nome di un falso Allah arma terroristi e li spinge ad orrende stragi di innocenti.
Per combattere gli estremisti islamici occorre infatti pensare a pacifiche strategie diverse da  quelle violente con le quali si vuole attualmente eliminare il terrorismo.
E’ ora di pensare all’altro Islam, quello moderato, che stenta a farsi strada: esistono  infatti, anche in Italia, musulmani che si oppongono a quelli che incitano, come un tempo, alla guerra fra mondo islamico e  non islamico;  che sostengono  la necessità di una riforma illuminata dell’Islam  e di una sua modernizzazione per eliminare anacronismi derivanti da situazioni storiche superate.
Un salutare “mea culpa”, così come l’ha, coraggiosamente,  recitato, per i cattolici, Papa Benedetto XVI allorchè ha riconosciuto che “nella storia, anche in nome della fede cristiana  si è fatto ricorso alla violenza: lo riconosciamo pieni di vergogna”.       
Allo sforzo di questi musulmani i cristiani debbono corrispondere favorendo i contatti, trattandoli con fiducia e senza sospetto, rendendo note alla pubblica opinione ed amplificandole,  le loro prese di posizione tendenti  ad eliminare dalla loro religione la “sharia” che non tiene conto della teologia e dell’etica  della rivelazione coranica. Le prese di posizione, ad esempio - ma molti altri se ne possono fornire -  dello sheikh Mohammed Sayd Tantawi, il grande Imam (scomparso nel 2010) della moschea universitaria  al-Azhar del Cairo - prestigiosa istituzione nota non solo in campo religioso ma anche in quello culturale – che ha contestato anacronistiche tradizioni tuttora esistenti nella sua religione, dal velo integrale alle mutilazioni genitali per le donne, ed ha condannato la chiamata di Ossama Benladen al terrorismo definita non valida né vincolante ed espressamente vietata dal Corano. 
Oltre a ciò, l’Islam moderato che si sforza di effettuare oggi una riforma che nei secoli è mancata - così perpetuando fanatismo e violenza che appannano il vero messaggio religioso di questa grande comunità di credenti -  deve essere appoggiato nel suo sforzo sul piano socio-politico.
Le folle esagitate, affamate e miserabili  inneggianti alla violenza ed al terrore  seguono i loro capi  che  combattono  l’occidente non solo corrotto, ma anche capitalista ed egoista.
E gli occidentali,  i cattolici in primis, se vogliono veramente combattere la violenza ed il terrorismo islamista che inneggia ad un Allah feroce e vendicativo, dovranno prodigarsi a favore di quei popoli vittime dell’ingiustizia: perché, come diceva Michel de Notredame più noto come  Nostradamus, “pane che manca abbondanza di coltelli”.  

                                                                                Giovanni Zannini

A Hitler non piaceva proprio - IL "NIDO DELL'AQUILA"

Attorno al famoso “Nido d’aquila”  di Hitler si è fatta molta confusione.
Per prima cosa esso non costituiva la sua residenza: si tratta infatti di  una grande baita  in pietra e cemento in cui Hitler non abitò mai stabilmente, sita a quota 1834 sotto la cima del monte Kehlstein, la cui principale attrattiva è costituita da un grandioso terrazzo  dal quale si gode un panorama mozzafiato. Esso costituisce infatti  un magnifico  osservatorio sulle cime delle Alpi Bavaresi  che si ergono tutto attorno, sul sottostante lago di Konigssee e sulla regione attorno a Berchtesgaden.
Per seconda, a Hitler quel luogo  non piaceva proprio perché posto ad un’altezza che gli provocava disturbo tanto è vero che ci andò raramente, forse solo una diecina di volte.
Ma allora non si comprende perché avesse costruito quella abitazione  dal momento che non aveva nessun piacere di andarci e la risposta è che il famoso “nido” non se l’era fatto lui, ma gli era stato gentilmente regalato dai   suoi fedelissimi che, evidentemente – strano, per dei tedeschi sempre scrupolosi prima d’ intraprendere alcunché - ignoravano che il loro capo amava molto la montagna (al contrario dell’acqua, dato che soffriva di mal di mare) purchè non fosse molto alta perché l’aria rarefatta gli dava fastidio.
Ma andiamo in ordine.
Hitler, da giovane, all’inizio della sua carriera politica amava recarsi, per riposare e meditare (è lì che terminò la stesura dal “Mein Kampf” iniziato, assieme al fido Rudolf Hess, nel carcere di Landsberg  ove era stato rinchiuso  dopo il mancato “putsch” del 1923) all’Obersalzberg (La montagna di sale), un breve altopiano a quota 1000 sulle pendici del monte Kehlstein,  in vista di Berchtesgaden.
Ivi, con i primi guadagni derivatigli  dalla vendita del Mein Kampf aveva acquistato una baita che, con il crescere della sua fortuna politica fu trasformata, a partire dal 1934, ad opera del  fedelissimo Martin Bormann, in una lussuosa villa da lui chiamata  il  “Berghof” ove si recava in vacanza e riceveva  ospiti illustri come Mussolini, Ciano, l’ex re d’Inghilterra con la moglie Wallis Simpson, i presidenti del consiglio inglesi Chamberlain e Lloyd George e molti altri ancora. Essa divenne in seguito  la stabile residenza della sua amante Eva Braun con la quale, quand’era lontano,   intratteneva quotidiani colloqui telefonici.    
Da allora la località divenne zona interdetta riservata ad Hitler, meta di pellegrinaggi organizzati di fanatici nazisti,  popolata solo dalle ville di gerarchi del Reich fieri di attorniare quella del capo: Hermann Goering,  Martin Bormann,  Rudolf Hess,  Albert Speer,  Joachim  von Ribbentrop, Heinrich Himmler,  Joseph Goebbels. In un’altra villa venivano ospitati i personaggi illustri in visita, ed in altri edifici il personale di servizio e di sicurezza, cosicchè nella località venne a formarsi un piccolo villaggio.
Solo successivamente il fedelissimo  Martin Bormann (che di Hitler doveva essere un autentico, si direbbe oggi, “fan”, ma del quale ignorava, evidentemente, l’acrofobia) non contento di avergli  restaurato la villa, pensò di fargli un altro importante regalo, a nome del partito nazista,  in vista  del suo 50° compleanno (20-4-1939): una strada che dai 1000  metri del Berghof  lo portava ad un  piazzale di sosta 700 metri più in alto e, con l’aiuto di un ascensore,  a quota 1834,  poco sotto la cima del monte Kehlstein: e lì, in aggiunta alla strada,  gli regalò anche la grande, massiccia  baita cui il Fhurer  diede il nome di “Nido dell’aquila”.
La strada per la cui costruzione il fido Bormann aveva costituita una società che portava il suo nome – la “Martin Bormann Obersalzberg” –  costata all’epoca 30 milioni di marchi, rappresenta un’opera di alta ingegneria. Realizzata  in poco più di un anno,  larga 4 metri,  scavata nella dura roccia del Kehlstein, sale  dal Berghof  per circa 7 chilometri  con un unico tornante e 277 metri di  gallerie fino ad un   parcheggio ove si aspre il tunnel  verso l’ascensore. Questo, tutto luccicante di ottone e specchi è ancora quello originale (mancano solo i divani in pelle) e impiega soli 41 secondi per arrivare al “nido”. 
A  guerra finita, vendicativamente, molti avrebbero voluto distruggerlo, ma prevalse il buon senso ed oggi moltissimi turisti  - che vi arrivano, perchè il traffico privato è interdetto, solo a bordo di pulmann muniti di motore e di freni particolari, costruiti dalla Daimler-Benz -  visitano la costruzione trasformata in ristorante i cui introiti sono destinati ad iniziative di pubblico interesse.
Dunque  Hitler non apprezzò molto i due costosi regali dal momento che, come già sopra detto, si recò al suo “nido”  pochissime volte e preferì abitare 800 metri sotto, nel suo Berghof,  dalla cui grande veranda si godeva  pure un panorama bellissimo anche se meno imponente di quello dall’alto del Kehlstein. 
Ma quali le vicende belliche del Berghof e del “nido” ?
ll primo fu colpito e gravemente danneggiato  il 25 aprile 1945, pochi giorni prima della resa della Germania (7-5-1945)  a seguito del bombardamento  di aerei inglesi che centrarono anche le residenze dei suoi gerarchi e tutto quanto stava attorno.    
Successivamente, per ulteriore dileggio, anche quello che non era stato completamente distrutto dal bombardamento fu, il 30 aprile 1952,  fatto saltare in aria con la dinamite.
Ma anche se si fosse trovato al Berghof - invece che nel suo fatale bunker berlinese ove stava  meditando la morte -  Hitler si sarebbe certamente salvato grazie al rifugio antiaereo che si era fatto costruire, tuttora esistente (salvo gli arredi) e visitabile.
Si tratta di una serie imponente di gallerie e di caverne scavate nel ventre  del monte Kehlstein,  e quindi a prova di bomba, illuminate da una potente centrale elettrica, dotate di magazzini per una lunga sopravvivenza e comprendenti, oltre all’ “appartamento” del capo, anche quelli di alcuni  dei suoi gerarchi, con “locali” adibiti a soggiorni, studi, camere da letto, cucine e bagni.   
E il “nido?”
Oggetto di ripetute incursioni alleate  non fu mai colpito e, verso la fine della guerra divenne motivo  di  accesa competizione fra alleati che aspiravano a farne un trofeo di guerra.
Vi arrivarono per primi gli uomini del 3° battaglione – 506mo reggimento della 2a Divisione corazzata  francese appartenente al GTV (Groupement Tactique Vézinet) che conquistato - dopo uno scontro a fuoco  con due irriducibili tedeschi, nel quale persero la vita alcuni dei suoi uomini – le rovine del  Berghof, salirono al “nido” piantandovi orgogliosamente la bandiera della Francia libera.
Lasciando grandemente delusi, e con un palmo di naso,  gli americani,  pur essi  arrivati a Berchtesgaden con la “3rd Infantry Division”, la 3a Divisione  di fanteria statunitense,   desiderosi di conquistare la preda.

Certo, nessuno, prima di allora, avrebbe potuto pensare che, per prendere un nido, ci si poteva lasciare la pelle.

                                                                                                           Giovanni Zannini


L’Armistizio violato
MUSSOLINI DOVEVA ESSERE CONSEGNATO AGLI ALLEATI, NON UCCISO

Il punto 29 dell’Armistizio (cosiddetto “lungo” perché fa seguito all’Armistizio “corto” di Cassibile del  3.9.1943)  firmato a Malta il 29-9-1943 fra il gen.Dwight Eisenhower per gli Alleati ed il gen.Pietro Badoglio per iI governo italiano,  così recita: ”…Benito Mussolini, i suoi principali associati fascisti e tutte le persone sospette di aver commesso delitti di guerra o reati analoghi i cui nomi si trovano sugli elenchi  che verranno comunicati dalle Nazioni Unite e che ora o in avvenire  si trovino in territorio controllato  dal Comando Militare  Alleato o dal Governo Italiano  verranno immediatamente arrestati  e consegnati alle forze delle Nazioni Unite. Tutti gli ordini impartiti dalle  Nazioni Unite a questo riguardo saranno osservati”.
Il 29 aprile 1943 il cadavere di Benito Mussolini assieme a quello dell’amante Clara Petacci e di altri 
gerarchi viene esposto a Milano in Piazzale Loreto appeso per i piedi ad un traliccio della pensilina del distributore di benzina ivi esistente.
Emerge, da ciò, in tutta evidenza, che l’Armistizio “lungo” del 29.9.1943 è stato violato.
Cercheremo di capire se, come e da chi tali impegni siano stati violati seguendo soprattutto il  gen.Raffaele Cadorna nel suo libro “La Riscossa” edito nel 1948, a poca distanza dunque dagli avvenimenti di cui ci stiamo occupando che l’autore  si sforza di esporre nella maniera più obbiettiva possibile.
Egli ha intensamente e drammaticamente vissuto il periodo della Resistenza italiana dal 25 luglio 1943  alla Liberazione quale Comandante  generale del Corpo Volontari della Libertà (C.V.L.) con  l’incarico, quanto mai improbo,  di coordinare e dirigere l’azione militare delle unità resistenziali operanti in Alta Italia. Ciò,  in conformità agli ordini  del Comando Supremo interalleato del Sud in correlazione con il CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia) composto dai rappresentanti dei partiti Comunista, Socialista, Liberale, Democristiano e d’Azione, nominato il 26-12-1944 dal governo Bonomi  suo rappresentante nel territorio italiano occupato dai nazifascisti.
Veniamo dunque alle pagine del libro relative all’uccisione di Mussolini.
Già il 19 aprile 1945, mentre lo sfascio dei nazifascisti appariva imminente, il CLNAI aveva emesso un ultimatum diretto alle forze armate ed ai funzionari della RSI   affermante  tra l’altro: “… Sia ben chiaro  per i componenti delle forze armate del cosiddetto governo fascista repubblicano che chi sarà colto con le armi in mano  sarà fucilato...  Solo chi si arrende al Comitato di Liberazione Nazionale e consegna le armi ai patrioti  avrà salva la vita  se non si sarà macchiato  personalmente di più gravi delitti…” e concludeva: ”…Che nessuno possa dire che, sull’orlo della tomba…non gli è stata offerta un’estrema ed ultima via di salvezza”.   
Successivamente  il CLNAI riunito a Milano il 25 aprile 1945 alle ore 8 proclama l’insurrezione ed emana tre decreti. Con il secondo denominato “per l’amministrazione della giustizia” si stabilisce che “…i membri del governo fascista  ed i gerarchi del fascismo…sono puniti con la pena di morte e nei casi meno gravi con l’ergastolo”.
Balza qui evidente il contrasto fra le clausole armistiziali sottoscritte dal governo italiano secondo le quali  “Benito Mussolini, i suoi principali associati fascisti e tutte le persone sospette di aver commesso delitti di guerra…saranno immediatamente arrestati  e consegnati alle Forze della Nazioni Unite”, ed il tenore del succitato decreto del CLNAI che  condanna a morte “i membri del governo fascista ed i  gerarchi del fascismo” i quali,  al contrario, in base alle clausole armistiziali sottoscritte dal governo italiano del quale esso era il rappresentante in Alta Italia, dovevano essere arrestati e consegnati  alle Forze delle Nazioni Unite.
Il gen.Cadorna  si rende conto della  situazione paradossale verificatasi ed è evidente  l’imbarazzo  in cui viene a trovarsi in quanto, scrive nel suo libro,  “…il rapporto di dipendenza  dal CLN non possa prescindere dal fatto che la sua qualità di generale  italiano gli impedirebbe di tenere il posto qualora si verificasse sconcordanza di direttive  fra il governo italiano delegante  e gli Alleati che ne controllano l’opera  a termini delle condizioni d’armistizio da una parte,  ed il CLN delegato dal governo stesso  dall’altra parte”.
La sera del 27 aprile 1945 si presentano a lui Lampredi e Valerio (rag.Audisio), rappresentanti del partito comunista in seno al CNLAI affermando di aver da esso ricevuto il mandato di recarsi sul posto in cui Mussolini era stato catturato  con il compito di giustiziarlo.
Cadorna  sospetta  che tale ordine non sia impartito dal CLNAI ma, in realtà,   da un  autoproclamatosi  “Comitato Insurrezionale” costituito dai soli  rappresentanti comunisti,  socialisti e azionisti nel CLNAI che si era ad esso sovrapposto in pratica svuotandone l’autorità.
E' accertato che fu proprio così, ma, a cose fatte,  il CNLAI  emanò un comunicato nel quale – si legge nel libro – “assumeva la piena responsabilità della fatta giustizia  e deplorava gli eccessi commessi  da una folla esagitata attribuendone la colpa alla diseducazione del ventennio fascista”.
 Ma come si comportò, in tale situazione, il gen. Cadorna?
Egli si limita ad affermare che “mi regolai  come in ogni atto della mia vita di soldato  domandandomi  unicamente  quale sarebbe stata l’eventualità  più dannosa per l’Italia a prescindere da ogni mia personale preoccupazione” e che “davanti a un ordine la cui esecuzione non poteva comunque  sfuggire alle mie competenze… quale atto imposto da una ineluttabilità  di forze e di eventi di cui è possibile  farsi un’idea solo riportandosi  a quei giorni e mettendosi al posto  di chi si trovò in mezzo a quella  situazione di estrema incertezza  e di esasperata eccitazione,  io agii nei limiti di una precisa  responsabilità a cui  non intesi e non intendo sottrarmi”.
Ma come, in concreto, agi? Non lo dice, quasi a voler coprire una verità che potrebbe essere diversamente interpretata e dare origine a contrasti e polemiche.                                     
Fra le innumeri informazioni  fiorite attorno all’episodio dell’uccisione di Benito Mussolini vi è quella fornita su  Internet da  “Wikipedia, l’enciclopedia libera” con un servizio non firmato dal titolo “ Morte di Mussolini” - riportante la chiara avvertenza che “Le informazioni qui  riportate hanno solo un fine illustrativo.  Wikipedia può contenere materiale discutibile” - al quale facciamo riferimento, pur con ogni riserva,  solo per tentare di chiarire quanto Cadorna nel suo libro non ha voluto rivelare.
Ciò chiaramente premesso,  emerge  dalla sopracitata  fonte  che Cadorna “diviso tra i doveri di comandante del CVL  e di lealtà verso gli Alleati” avrebbe agito su due fronti: da una parte munendo di lasciapassare gli incaricati della missione di morte per evitare, nella drammatica situazione in atto, chi sa quali violente reazioni,  dall’altra contattando contemporaneamente il ten.col.Sardagna (già suo dipendente gerarchico nella divisione di cavalleria corazzata“Ariete” da lui comandata alla difesa di Roma) che rappresentava il CVL a Como, al fine di predisporre misure per recuperare  Mussolini e  trasferirlo in luogo sicuro in attesa – si suppone -  di consegnarlo al  CLNAI completo dei rappresentanti di tutti i partiti (e non al fantomatico autonominatosi "Comitato insurrezionale)  quale  legittimo rappresentante del governo italiano in Alta Italia.
Ma non è chi non veda che, ove tale ipotesi fosse suffragata,  anche il legittimista gen.Cadorna non sarebbe più stato tale perché avrebbe agito in violazione  delle clausole armistiziali   che, come sappiamo,  imponevano la consegna di  Mussolini “alle forze delle Nazioni Unite”,  e non al governo italiano.
E che Cadorna intendesse  anch'egli violare le clausole armistiziali (sia pure in maniera diversa dalla sbrigativa procedura del col.Valerio) emerge dal sopracitato suo libro nel quale, a pag. 260 si legge che “in nessun caso poi avrei volontariamente  proceduto a effettuare la consegna  di Mussolini in mano alleata perché egli fosse  giudicato e giustiziato dallo straniero. Ricordavo quale indignazione  avesse destato all’interno  e all’estero dopo l’8 settembre la voce che nelle clausole segrete  dell’Armistizio fosse prevista tale consegna da parte  del Governo italiano”.
Il quale, sia detto per inciso, si era preoccupato, dopo il 25 luglio 1943 di proteggere Mussolini da possibili colpi di mano da qualsiasi parte provenienti, preoccupazione peraltro invalidata dall’audace azione di Otto Skorzenj sul Gran Sasso. 
Oltre a ciò, il punto di vista di Cadorna era condiviso anche da   Pier Luigi  Bellini delle Stelle, “Pedro” (nobiluomo, conte,  di fede monarchica), comandante della 52° Brigata Garibaldi - che aveva intercettato e arrestato Mussolini a Dongo - e dai suoi quadri: Michele Moretti “Pietro”, Commissario politico; Urbano Lazzaro “Bill”, suo vice, e  Luigi Canali, “Capitano Neri”, Capo di stato maggiore, i quali non volevano farsi “scippare” la preda da quei partigiani  sconosciuti  giunti dalla pianura,  da Milano, comandati da uno scalmanato che si faceva chiamare “colonnello Valerio”,  pretendendo di dare ordini a tutti  e, con minacce, di essere obbedito.
Scrive infatti “Pedro”, nel libro “Dongo, la fine di Mussolini” (Milano – Mondadori – 1962)” scritto a quattro mani con “Bill”, che “…nessuno di noi aveva mai pensato di passare per le armi  i prigionieri…Non avremmo consegnato Mussolini agli Alleati, ma solamente al nostro Comando …Non ci pareva giusto, né dignitoso, che delle sorti di un italiano dovessero decidere gli stranieri, per quanto alleati fossero…”. 

Salvate Mussolini!

Fermo restando l’intendimento di “Pedro”, di “Pietro”, di “Bill” e del “Capitano Neri” di non farsi sottrarre la preziosa preda da altri, e di mettere al sicuro Mussolini in attesa che la confusa situazione  si  chiarisse, vanno riferite due versioni relative alle modalità con cui la messa in sicurezza di Mussolini sarebbe stata tentata.
Una prima, riferita da “Wikipedia” più sopra citata, e da un’ampia nota a pag.394 del libro di Vittorio Roncacci  “La calma apparente del lago: Como e il comasco tra guerra e guerra civile 1940/1945”  (Macchione Editore – Varese  - anno 2003)   afferma che “Pedro”  la sera del  27 aprile,  aveva  ricevuto dal ten.col.Sardagna, responsabile del CVL  di Como,  l’ordine  di  lasciare Germasino ove si trovava Mussolini presso la caserma della Guardia di Finanza,  e di recarsi con lui e la Petacci a Moltrasio  per effettuare il traghettamento  - predisposto dal gen.Cadorna - dei prigionieri verso la villa  dell’industriale  Remo Cademartori (che conferma l’esistenza del piano – n.d.r.) a Blevio sull’altra sponda  del ramo comasco del Lario. Ma giunto al porticciolo  del piccolo paese, “Pedro” non  trovò alcuna imbarcazione per cui, nelle prime ore del  28 aprile decise di tornare indietro e di alloggiare i due prigionieri non più a Germasino, ove la voce della presenza  dell’ex duce si era diffusa, ma in un luogo più sicuro -  noto solo a lui ed ai suoi fedelissimi  -  a Bonzanigo, una frazione di Mezzegra, nella casa di Giovanni De Maria nella quale altre volte lui,  inseguito dai fascisti, aveva  trovato rifugio.     
Pier Bellini delle Stelle, invece, conferma il viaggio notturno fino a Moltrasio con i due preziosi prigionieri, ma non parla del presunto tentativo di traghettamento dell’ex duce a  Blevio. Secondo lui, infatti,  il viaggio era stato deciso per spostare i due da Germasino, ritenuto rifugio non più sicuro, in  un’altra remota località, in una baita posta a S.Maurizio di Brunate, sopra Como. Ma, giunti a Moltrasio, nel dubbio che a Como (che andava raggiunta per salire poi  a S.Maurizio), fossero ancora in atto scontri fra partigiani e fascisti, il progetto fu abbandonato e si ripiegò su Mezzegra.
Dunque, in entrambi i casi, il viaggio fino a Moltrasio avvenne, nel primo per effettuare il fantomatico traghettamento, nel secondo in transito per raggiungere un più sicuro rifugio nella montagna sopra Como.                                     
Ed in entrambe le versioni si conferma che, durante il tragitto, punteggiato da diversi posti di blocco partigiani, per evitare l’identificazione dell’ex duce, si decide di  bendargli il capo per simulare un partigiano gravemente ferito da trasportare con urgenza all’ospedale.
Sia a questo punto consentita una nota di colore, tra il tragico e il comico, quale emerge dalle pagine 180 e 181 di “Dongo: la fine di Mussolini” (Milano – Mondadori  - 1962) scritto a quattro mani da Urbano Lazzaro “Bill” e Pier Bellini delle Stelle “Pedro” il quale ultimo racconta un surreale episodio avvenuto durante il sopraddetto drammatico viaggio.

A braccetto con la Petacci

“La Petacci” scrive “sembrava stanchissima e Mussolini chiede una piccola sosta  per far riposare  la signora…La Petacci ha gran difficoltà a camminare sui ciottoli della strada resi viscidi dalla pioggia: mi avvicino allora a lei e le offro (cavallerescamente, il nobiluomo  Pier Bellini delle Stelle non si smentisce – ndr.) il braccio per sostenerla.  Mussolini dall’altra parte fa lo stesso e così procediamo,  per un certo tratto,  tutti e tre  a braccetto. Dobbiamo formare un terzetto piuttosto strano: a destra Mussolini, intabarrato in un pastrano militare troppo lungo per lui, con una coperta sulle spalle e la testa fasciata che spiccava bianchissima nell’oscurità della notte, in mezzo una signora elegante che sembrava reggersi a malapena sulle sue scarpette dai tacchi alti, affranta e affaticata;   a sinistra io, lacero e scalcagnato, con barba e capelli incolti, tutto sferragliante di armi…”.
Da tutto quanto sopra emerge dunque confermato il punto di vista del gen.Cadorna quale emerge dalle sue stesse parole più sopra citate secondo le quali egli, Comandante del CVL (Corpo Volontari della Libertà) avrebbe voluto tenere al sicuro  il prigioniero in attesa che un regolare Tribunale di Guerra italiano provvedesse a giudicarlo e poi,  se condannato, a giustiziarlo.

Conclusione

Se è vero che - come emerge dal libro di Vittorio Roncacci, “con il diffondersi della notizia (la cattura di Mussolini il 27 aprile 1945 – ndr)  giungeva al comando del CLNAI dal Quartier Generale OSS (l’americano Office of  Strategic Service) di Siena  un telegramma con la richiesta di affidamento  al controllo  delle Forze delle Nazioni Unite di tutti i membri  del governo della RSI secondo la clausola  n.29 dell’Armistizio “lungo”, e che “…all’aeroporto di Bresso  intanto si inviò  un velivolo per prelevare il dittatore”.
E se è pure vero che a tale telegramma si rispose, falsamente depistando, da parte di qualcuno, probabilmente, del “Comitato Insurrezionale” di stampo comunista ( sovrappostosi al legittimo CLNAI, praticamente esautorandolo), con questo  fonogramma:” Spiacenti non potervi consegnare Mussolini che processato  Tribunale Popolare  è stato fucilato stesso posto  ove precedentemente fucilati da nazifascisti  quindici patrioti . Stop.”
Se è dunque vero, come è vero,  che tutto ciò è accaduto, se ne deduce che il non aver obbedito alla richiesta alleata di consegnare l’ex duce procedendo, al contrario,  alla sua esecuzione,  dà fondamento all’accusa, nei confronti  dei responsabili di tale comportamento,  di mendacio e di ribellione militare  ad ordini contenuti nella  più volte citata clausola armistiziale - sottoscritta dal governo italiano del quale il CLNAI era emanazione  - secondo i quali  “TUTTI GLI ORDINI IMPARTITI DALLE NAZIONI UNITE a riguardo  di B.Mussolini e dei suoi principali associati SARANNO OSSERVATI”.
                                                                                                           Giovanni  Zannini

GIUSEPPE ROTA CHIOGGIOTTO, COREOGRAFO, PATRIOTA, INVENTORE

 Tra i molti vanti di cui può fregiarsi Chioggia vi è certamente anche quello di essere la città natale di un  personaggio che nell’800 godè di grande fama e notorietà.
Giuseppe Rota era nato a Chioggia nel 1822 e fin da ragazzo, vivace ed arguto, un po’ scavezzacollo,  aveva manifestato interesse per le scene esibendosi sulle tavole  di un piccolo teatro come paggio destinato a piccole comparsate: ma quel primo contatto con il palcoscenico accese in lui una passione per la danza che lo condusse, sia pur faticosamente, alla notorietà ed al successo come coreografo. Ma chi è il coreografo?
E’ l’autore di un libretto per il cui accompagnamento musicale egli si rivolge al musicista che traduce in note i sentimenti, le situazioni e le trame della  rappresentazione teatrale della quale è regista lo stesso autore. Una figura di artista dalle molte sfaccettature che si adattava perfettamente al carattere geniale, brioso,  esuberante, ingegnoso, esigente ed anche, all’occorrenza, autoritario, del Rota che sapeva imporsi a tutti, primi ballerini, corpo di ballo, musicisti,  scenografi che, condotti da lui al successo, lo acclamavano poi riconoscenti.

Poco sappiamo sulle sue prime esperienze lavorative: il “Doctor Veritas” (alias Leone Fortis, patriota, giornalista – 1824/1896) in una  delle sue “Conversazioni” sulla “’Illustrazione Italiana” del gennaio 1877 lo descrive come  “secondo ballerino di infimi teatri, il che vuol dire la più triste di tutte le miserie, per due lire al giorno, condannato a trovare ogni sera un sorriso  ed a muoversi in cadenza  al suono di una musica che simula allegria”.
In tali condizioni arriva a Milano nel 1851  scritturato alla “Canobbina” ( uno dei due teatri milanesi, “La Scala”, il teatro grande, famoso, e quest’altro, divenuto poi “Teatro Lirico”,  per un pubblico più modesto e meno esigente)  per un  ballo di carnevale che ebbe un esito disastroso.
L’impresario alla disperata ricerca di un coreografo disposto, per pochi soldi, a mettere in piedi un nuovo spettacolo, si trova di fronte alla sbalorditiva proposta del secondo ballerino Rota:” Vorle che ghe fassa  un balo mi? Me sento da tanto. Pochi zorni e pochi bezi”. E per convincere maggiormente l’altro, incredulo e titubante, aggiunge:” Se nol piaze , no le me darà gnanca un soldo”  al che l’altro cede e Rota inizia l’avventura. Ma sentiamo ancora cosa scrive il Doctor Veritas:” …In pochi giorni il ballo promesso fu messo in scena. Era “Il Fallo” (che più tardi prese  nome  “Il Fornaretto” – n.d.r.). Un successone, un entusiasmo da non dirsi. Dalla Scala emigravasi in massa  per vedere il ballo del minor teatro…che costituiva un’arte nuova che s’imponeva alle masse…”. Allora il trasferimento alla Scala fu naturale ed alla prima del 24-9-1853 fu il trionfo: lo spettacolo fu replicato 54 volte ed il Doctor Veritas decretava:”...La nuova coreografia era nata e Rota ne aveva trovato il segreto…”.  
A quel primo successo ne seguirono molti altri - che  fecero di lui per una decina d’anni  il coreografo  italiano preminente -  nei quali l’artista espresse le più diverse forme culturali: la commedia elegante con “La Contessa d’Egmont”; la tragedia classica con “Cleopatra”; il dramma moderno col “Giuocatore” e col “Montecristo”; l’inno pindarico con la “Velleda”; la satira e la polemica con “Il Ballo nuovo”; l’allusione politica con “I Bianchi e i Neri”.
Il secondo ballerino giunto a Milano con un solo miserevole paio di pantaloni estivi azzurrini - che, onde potersi presentare un po’ più decentemente in teatro a mettere in scena il suo primo ballo,  aveva lui stesso tinti di nero con l’inchiostro – divenuto famoso non aveva mai rinnegato le sue umili origini, alla stregua di tanti altri “parvenus”.     
Ma  con la maturità, a conferma della sensibilità del suo animo,  subentrò in lui il desiderio, criticato dai suoi stessi ammiratori che lo presero per pazzo,  di abbandonare il teatro che pure gli aveva dato fama e ricchezza.  Una specie di  rimpianto per aver fino ad allora speso la sua vita  a costruire – scrive                                                       Antonio Ghislanzoni nel suo “Libro serio”  -  “dei giocattoli per il sollazzo di un pubblico spensierato”,  che non avevano creato nulla di utile per la società al cui sviluppo avrebbe invece voluto contribuire con le molteplici capacità del suo ingegno: insomma, “era stanco di dilettare, voleva beneficiare”.
Purtroppo non potè perseguire tale intento  perché la morte lo colse a soli 43 anni mentre era intento a costruire in Torino un grandioso stabilimento di fotoscultura, una nuova arte da lui importata in Italia, dalla quale si attendeva ottimi risultati a beneficio di molti.   

Ma Rota condivideva anche lo spirito che animava i patrioti italiani del suo tempo, e molti episodi lo confermano. Ad esempio - scrive ancora il Doctor Veritas - nel suo ballo “I Bianchi e i Neri” …Gli schiavi neri si strappavano i collari e li sollevavano in atto di minaccia verso i loro aguzzini. In quel momento si sentivano fremere nell’orchestra  quattro battute della Marsigliese: era Rota che le aveva volute. L’azione combinata con la musica  produsse l’effetto di un fulmine, il pubblico scattò in piedi, vi fu un’insurrezione di applausi” e gli austriaci, leggendovi un messaggio patriottico contro di loro,  proibirono il ballo per qualche tempo.
Ancora. Il Ghislanzoni scrive che, trovandosi a Parigi nel 1859 mentre infuriava la seconda guerra  d’indipendenza italiana nella quale Napoleone III combatteva in Italia a fianco di Vittorio Emanuele,   il Rota si augurava che un contratto che stava stipulando non andasse a buon fine perché, diceva ad un amico, “…mentre tutta Italia è in fermento di rivoluzione, mentre laggiù si combatte per l’indipendenza del nostro paese, mentre i nostri amici, i nostri fratelli, danno il loro sangue, non ti pare che sarebbe vergogna se io mi trovassi sul palcoscenico a dirigere un esercito di ballerine?”.
E quando si  trovò di fronte ad un vecchio nobile francese (conservatore e quindi avversario di Napoleone)   che gli riferiva false notizie sull’andamento della guerra, fra cui quella che Garibaldi sarebbe stato fatto prigioniero dagli austriaci a Varese, egli, scrive sempre il Ghislanzoni, mandando a quel paese ogni prudenza che gli avrebbe suggerito di non contraddirlo dato che, per allestire uno spettacolo, aveva bisogno di lui,   insorse violentemente: ”Non può avvenire che Garibaldi cada prigioniero. Garibaldi può cader ferito, può cader morto come l’ultimo dei suoi fantaccini, ma è impossibile, ve lo ripeto, signor Conte, che si lasci prendere prigioniero!”.   
Non si sa se poi il favore gli fu concesso: comunque il nobiluomo ammirò il coraggio e la determinazione   del Rota e, forse, lo accontentò.

Giuseppe Rota alle elementari aveva imparato a leggere, scrivere e far di conto, ma si era fermato lì perchè  le assi del palcoscenico erano poi divenute la sua scuola. Ciononostante, dotato di un’intelligenza non comune, resosi conto della necessità di adeguare la propria cultura all’ambiente nel quale, a seguito del  successo  ottenuto, si era trovato a vivere, si era dato, con la foga e l’ostinazione dell’autodidatta, a studiare e leggere libri di ogni genere. La letteratura, certamente, ma soprattutto le scienze -  la matematica, la geometria, la meccanica – alle quali era specialmente portato, e delle quali sarebbe divenuto un eccellente conoscitore ove avesse avuto la possibilità di studiarle e di approfondirle opportunamente. “Assorbiva la scienza  - secondo Ghislanzoni  - prima di averla meditata; applicando le teorie  conquistate, egli rettificava i propri dubbi, consolidava il proprio sapere”, ed egli stesso era consapevole di possedere un ingegno superiore alla propria arte, un cuore creato per delle espansioni più nobili che non fossero quelle della coreografia.
Un esempio, che vale anche per confermare il suo patriottismo ed il suo desiderio di dare in qualche modo un contributo alle lotte per l’unità d’Italia: l’invenzione del “telegrafo mobile per i campi di battaglia”, che avrebbe dovuto favorire la vittoria degli italiani e dei francesi fianco a fianco, nel 1859, in Italia, contro l’Austria. Un battaglione di soldati a cavallo, a ciò addestrati, avrebbe dovuto installare, con la massima celerità, con il sistema da lui studiato,  le linee telegrafiche per tenere in collegamento i vari reparti di combattenti  sul campo seguendone i movimenti e consentire così al Comandante supremo, dopo aver studiato le strategie, di diramare i suoi ordini “con la velocità del lampo”.
Perfezionato il suo progetto tenendo conto anche delle critiche e delle obiezioni di quanti lo accusavano di essere un visionario, lo presentò all’autorevole consigliere di Napoleone III, il  Duca di Morny, il quale, pur formulando qualche dubbio,  trattenne il documento con l’intento di esaminarlo approfonditamente,  dopo di che il Rota non ne seppe più nulla.
Fino a che, terminata la guerra in Italia, poco dopo il rientro di Napoleone a Parigi,  il “telegrafo mobile” fu sperimentato ufficialmente in campo di Marte, e con pieno successo, proprio in base a quel progetto che Rota aveva fiduciosamente consegnato al Duca di Morny.
Solo che l’invenzione fu attribuita  ad un ignoto meccanico francese per cui il povero Rota, dopo inutili proteste,  restò, commenta Ghislanzoni,  con un palmo di naso.

Per concludere, un gustoso episodio a conferma del brio, della fantasia, dell’inventiva, tutta italiana, del Rota.
Era arrivato in Francia senza conoscere una parola di francese, assieme ad un amico che gli faceva da interprete.   
Giunti al cospetto del Conte di Morny arbitro in una controversia insorta con la direzione del teatro dell’”Operà” di Parigi a proposito dell’andata in scena della “Contessa di Egmont”, l’interprete  sostenne le ragioni dell’amico.  L’arbitro espresse il suo verdetto ed a quel punto il Rota, che non ne era rimasto, evidentemente,  soddisfatto, prese la parola per sottolineare le sue ragioni “con tal impeto di facondia – si legge - che il Conte ed altri personaggi presenti ne furono stupiti”. Egli che, come si è visto, non parlava il francese, “parlava  una lingua nuova di sua invenzione, un idioma inaudito che non era italiano, non era francese, ma tale da rendersi egualmente comprensibile a quanti lo udivano. Vi sarebbe stato da sorridere  per quella strana forma di linguaggio, eppure non vi fu alcuno che si permettesse di farlo. Forse nessuno avvertì che quell’uomo prodigioso  improvvisava un nuovo vocabolario  ed una nuova grammatica. In quel giorno e da tal momento Rota non ebbe più bisogno d’interpreti; egli possedeva la “lingua” cosmopolita ed è probabile che gli Apostoli, dopo il miracolo delle lingue di fuoco, parlassero in quella guisa”.
O, forse, aveva inventato l’ “esperanto”.

                                                                                                            Giovanni Zannini

martedì 8 ottobre 2013

A Padova in via S.Francesco - DUE FINESTRE STORICHE

Chi proveniente dal centro di Padova diretto verso Pontecorvo percorre il portico della chiesa di S.Francesco, giunto alla sua fine alzi lo sguardo lungo la parete sovrastante che è quella del convento dei frati francescani: vedrà una piccola finestra circolare oggi chiusa da un’inferriata. Quindi alzi gli occhi sulla parete opposta, quella di Palazzo Giusti (che si trova al civico 89 B) e vedrà una finestra che, proprio di fronte, è in corrispondenza della suddetta finestrella.
Queste due aperture  sono state testimoni di una drammatica vicenda legata alla resistenza padovana contro i nazifascisti negli anni 1943/1945.
Nel Palazzo Giusti, infatti, ebbe sede la “Banda Carità” (che rivaleggiò, in crudeltà,  con la “Banda Koch” del criminale Pietro Koch) comandata dal famigerato magg. Mario Carità il quale alla fine del 1943 aveva costituito  a Firenze un reparto speciale  di polizia della neonata Repubblica Sociale Italiana con funzioni anti-resistenziali.
Giunto a Padova all’inizio del novembre 1944 dopo la conquista di Firenze da parte degli anglo americani,  s’installò a Palazzo Giusti  come “Befehlshaber  der Sicherheitspolizei u. des S.D. in Italien – Italienische Sonderabteilung” (Comandante Supremo  la Pubblica Sicurezza e Servizio Segreto in Italia – Reparto Speciale Italiano ) firmandosi  “SS. Sturmbannfhurer” (Maggiore Comandante delle SS): come si vede, un’equivoca commistione fra Pubblica Sicurezza della RSI e SS. Tedesche, mentre manca ogni riferimento alle SS. Italiane” delle quali, secondo alcuni, sarebbe stato a capo.
Quarantenne allorchè giunse a Padova era considerato da don Ugo Orso  della Curia di Padova  che ebbe modo di conoscerlo,  uomo intelligente ed energico  ma che mise queste qualità al servizio  della violenza.
Don Orso, infatti, era stato introdotto a Palazzo Giusti da padre Cornelio Biondi dei frati benedettini di S.Giustina che, nella sua veste (autorizzatone dal Vescovo Agostini) di Cappellano Militare delle Brigate Nere, faceva il doppio gioco. Don Orso potè così utilizzare, grazie all’interessamento del Biondi, una vettura delle BN per tenere i collegamenti con vari esponenti della resistenza veneta fornendo loro preziose informazioni  (tra le quali, ricordiamolo, l’imminenza del rastrellamento nazifascista sul monte Grappa, notizia della quale, purtroppo, non tennero conto i comandi partigiani).
La banda era costituita da una cinquantina (v. “Ritorno a Palazzo Giusti – Testimonianze dei prigionieri   di Carità a Padova – 1944/1945-“ di Taina Dogo Baricolo), ma altri dicono una novantina, di fascisti ambiziosi e crudeli sospettosi l’uno dell’altro, affaristi senza scrupoli , che tiravano a campare giorno dopo giorno, senza prospettive per il futuro salvo la fiducia nelle “armi nuove” di Hitler, ma innegabilmente assai pericolosi ed astuti, tant’è vero che, come riferisce il sovracitato don Orso, “poco tempo dopo che erano arrivati a Padova avevano già in mano le fila  del movimento clandestino  ed in 24 ore distrussero tutto il CNL (Comitato di Liberazione Nazionale) regionale e provinciale.”.
Infatti, a seguito della tragica retata di domenica 7 gennaio 1944, nella clinica oculistica del prof.Luigi Palmieri ove si erano rifugiati, furono arrestati il prof.Luigi Meneghetti , capo del CLN del Veneto,  ed altri importanti dirigenti del movimento partigiano.
Nelle prigioni di Palazzo Giusti  - denominato dai detenuti “La Nave” per la disposizione a castello dei tavolacci nelle piccole celle senz’aria ricavate dalle vecchie scuderie – passarono quindi molti esponenti della resistenza padovana spesso sottoposti a pesanti interrogatori ed anche a torture per estorcerne segreti.
E le due finestre, quella del convento e dall’altra parte quella di Palazzo Giusti, divennero un canale di comunicazioni fra i partigiani prigionieri e quelli liberi rifugiati nel convento dei cappuccini (ove il priore padre Mariano Girotto, correndo gravi rischi, li accoglieva con grande generosità) che costituì la speranza per i reclusi costretti all’isolamento e diede loro il conforto di non essere abbandonati dai compagni di lotta. Approfittando infatti dei momenti in cui la sorveglianza dei carcerieri, nelle ore dei pasti, era più attenuata, padre Mariano comunicava con i prigionieri mediante cartelloni  sui quali erano scritte le lettere alfabetiche, mentre dall’altra parte si rispondeva con l’alfabeto muto o lanciando sassi o altri oggetti con “allegati” messaggi di ogni genere. Con essi, ad esempio, i prigionieri fornirono informazioni sull’intenzione dei fascisti di arrestare persone che poterono così mettersi in salvo, e comunicarono che a palazzo Giusti si praticavano sevizie, cosicchè il Vescovo Agostini potè intervenire presso il Carità facendo pressioni affinchè cessasse tanta efferata violenza.
Per la verità, l’invito a por fine a certi eccessi era stato fatto al Carità anche da Mussolini ma l’altro, insolentemente, risposte che il duce era andato al potere proprio grazie alla violenza.
Molti furono i progetti per liberare i prigionieri, ma tutti, purtroppo, senza esito.
A cominciare da quello del tipografo Giovanni Zanocco, coraggioso autore di una famosa beffa, la stampa della prima traduzione del libro “Confidenze di Hitler” di Hermann Rauschning - rivoluzionario tedesco che dopo una breve adesione al nazismo se ne distaccò clamorosamente – clandestinizzato con la sovracopertina de “Le avventure di Pinocchio”.
Esso prevedeva di gettare una passerella fra le due aperture per rendere possibile la fuga dei prigionieri: ma essendo evidentemente fantastico ed irrealizzabile, fu tosto abbandonato.
Fu anche studiato il progetto di un assalto dei partigiani al palazzo in collaborazione con  la RAF inglese che con un mitragliamento avrebbe dovuto creare confusione. L’operazione venne affidata alla brigata “Pierobon” che il 10 aprile 1945 si portò in città con 40 uomini  muniti di esplosivo per far saltare il portone posteriore di Palazzo Giusti e favorire l’evasione: ma la RAF mancò all’appuntamento con il conseguente fallimento del piano.
La criminale attività della banda proseguì  senza sosta fino  ai giorni dell’insurrezione allorchè il 27 aprile venne raggiunto un accordo fra gli insorti e Giovanni Gastaldelli (il vice di Carità che aveva assunto il comando dopo che il capo aveva tagliato la corda con 1.400.000 lire in tasca oltre a preziosi di grande valore) in base al quale i prigionieri sarebbero stati liberati a condizione che fossero forniti ai componenti la banda i mezzi per lasciare Padova ed un salvacondotto per essi firmato dal CLN, ciò che avvenne.
Don Orso, che aveva partecipato alle trattative ed era stato trattenuto cautelativamente in arresto nel palazzo, dopo l’allontanamento della banda ricevette in consegna parte dei valori da essa rapinati e consegnò tutte le sue armi al dott.Bidoli, nuovo sindaco di Padova, che le distribuì ai partigiani. Dopo di ciò fu l’ultimo ad uscire dal triste palazzo chiudendo dietro di sé il portone.
E il Carità finì, come era prevedibile, male.
Fuggito con la sua amante e le due figlie Franca (venti anni) e Isa (di 19) che avevano con lui vissuto testimoni di tanta crudeltà, si rifugiò in alto Adige a Siusi. Ma la donna, che aveva trovato il tempo di innamorarsi di un ufficiale americano, gli aveva rivelato il nascondiglio cosicchè la  polizia americana lo sorprese nella stanza in cui si trovava con lei. Resosi conto del tradimento, l’uomo afferrò la pistola che teneva a portata di mano per uccidere la fedifraga ma ne fu impedito da una scarica che lo fulminò.
Vi sono diverse varianti secondo le quali vi sarebbe stato un conflitto a fuoco durante il quale due americani sarebbero morti e l’amante infedele ferita: ma la sostanza non varia.
Si chiuse così l’avventura di un uomo che durante l’effimera vita della mussoliniana Repubblica Sociale Italiana sparse a Padova terrore e lutti.
E accanto alla porta d’ingressso di Palazzo Giusti, testimone di tante crudeltà, resta una targa dinanzi alla quale gli uomini dimentichi transitano distratti, con incisa la poesia scritta da chi ben conobbe quella triste dimora, Egidio Meneghetti, che così recita:
“ Nave tu porti un carico
d’intemerata fede,
gente che spera e crede
nel sol di libertà.
   Vai verso la vittoria
carica di catene,
navighi fra le pene
verso la libertà.
   Le scariche e gli schiaffi,
i pugni e gli staffili
non ci faran mai vili:
viva la libertà.
   Sorge la nuova Europa
in mezzo a tanti mali
e un popolo d’eguali          
nasce alla libertà.
    I baci e le carezze,
le false cortesie
non ci faran mai spie,
gentile Carità “
                                                                                   Giovanni Zannini




giovedì 26 settembre 2013

BERLUSCONI E ANDREOTTI:DUE IMPUTATI, DUE STILI

In che modo l’imputato Senatore Silvio Berlusconi abbia accolto la sentenza che, dopo anni di giudizio, ed esauriti i tre gradi relativi, lo ha condannato per frode fiscale, è noto a tutti.
Come certi colti in fallo,  proclama la sua innocenza, grida alla persecuzione, si professa vittima dell’ingiustizia,  critica violentemente i magistrati che l’hanno condannato,  li accusa di inciucio con la politica e  chiama i cittadini a protestare  contro quei giudici  in malafede.
Ben diverso il comportame tenuto  da un altro importante personaggio della politica italiana -  scomparso pochi mesi fa – il Senatore Giulio Andreotti, lui pure incappato in vicende giudiziarie.
Nel corso di 11 lunghi anni egli le ha  affrontate con la dignità del cittadino fiducioso nell’indipendenza della Magistratura, sicuro che alla fine la verità avrebbe trionfato.   Nei  due processi contro di lui intentati ( per associazione mafiosa e per l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli) vi furono, prima di arrivare alla definitiva assoluzione, anche sentenze di condanna.
Che fece allora: inveì contro chi l’aveva condannato, gridò allo scandalo, si proclamò vittima di congiure e di manovre occulte?
Nulla di tutto questo. Il suo atteggiamento fu di estrema correttezza, di accettazione delle regole del gioco senza mai sottrarvisi. Seguiva con grande attenzione, puntigliosamente, le vicende processuali, era spesso presente in aula, non protestava  contro i magistrati che lo giudicavano perché, diceva, “occorre difendersi  nei processi e non dai processi”. Dopo una condanna in primo grado poi riformata in appello, si limitò a commentare  che essa era stata “una mortificazione che forse bilanciava i troppi onori che avevo avuto nel passato” concludendo  che “è inutile drammatizzare”.
Due comportamenti, due stili diversi, quello di Andreotti,  vero uomo di stato nato e vissuto alla scuola di De Gasperi, e quello di Berlusconi,  uomo d’affari (innegabilmente abilissimo) prestato alla politica,  uso ad abbattere  con tutti i mezzi gli ostacoli che gli si parano dinnanzi, e che s’indigna contro chiunque osi intralciare la sua marcia.
Per non parlare di chi, con argomentazioni fantasiose e ridicole,  sostiene che non è possibile espellere dalla vita politica un condannato che ha avuto milioni di voti elettorali,  e che continuano a seguire un “leader”che, condannato dalla Magistratura italiana, neppure la società più scalcagnata vorrebbe veder seduto nel proprio consiglio d’amministrazione.

                                                                                                                             Giovanni Zannini

lunedì 9 settembre 2013

Sessantanove anni fa - IL RASTRELLAMENTO DEL GRAPPA

Nei giorni 21/27 settembre 1944 si verificava nel Veneto una sanguinosa battaglia passata alla storia con il nome di “Rastrellamento del Monte Grappa”,  un episodio  di guerra definita asimmetrica, di quelle cioè in cui non vi sono due fronti contrapposti  chiaramente definiti sul terreno, sibbene uno tradizionale di tale tipo,  ed uno anomalo, invisibile,  diffuso nel territorio in maniera discontinua: la cosiddetta guerra partigiana o per bande, come fu la guerra di liberazione condotta da Tito in Jugoslavia contro  gli invasori nazifascisti o, per venire ai giorni nostri, quella in Afganistan.
10.000 uomini  appartenenti a diverse formazioni militari nazifasciste  -  alla X divisione tedesca, alle SS comandate dal col.Willy Niedermaier, alla gendarmeria tedesca, alle Brigate Nere,  alla  “Guardia Nazionale Repubblicana” – si erano schierate in pianura, nei giorni precedenti l’attacco, tutto attorno al massiccio del Monte Grappa, isolandolo.
Assieme ad essi reparti di cosacchi specializzati in azioni di antiguerriglia che, ancora sentimentalmente legati al defunto Zar e quindi ferocemente nemici dei comunisti che lo avevano ucciso, avevano  seguito i  tedeschi nella ritirata di Russia fidando nella loro promessa di offrir loro una nuova patria, la “Kosakenland”, in Italia, nella Carnia.
Fra gli assalitori un nome noto, quello di  Giorgio Albertazzi, l’attore oggi novantenne, all’epoca giovane sottotenente comandante il 2° plotone fucilieri della III compagnia del 63° battaglione “M” della Guardia Nazionale Repubblicana che partecipò  al tragico rastrellamento: uno di quei giovani che in un momento terribile della storia italiana ebbero l’impulso di agire per quello che essi ritennero essere allora  il bene della patria  ponendosi però al servizio di una parte che la storia ha dimostrato essere quella sbagliata.
Si erano così trovati in una morsa quel migliaio di uomini che presidiavano la montagna appartenenti a formazioni partigiane di diverso colore politico non sempre ben collegate fra di loro – le 3 brigate “Italia libera di Campocroce”,  “Italia libera dell’Archeson”, “Matteotti”, ed i  battaglioni “Garibaldi” -   comprendenti militari del regio esercito  sbandati dopo l’armistizio dell’8 settembre, renitenti alla leva militare indetta dal governo repubblichino  e prigionieri di guerra alleati che, trovati improvvisamente aperti i cancelli dei loro campi di concentramento dopo lo sfascio dell’esercito italiano, si erano rifugiati sul monte Grappa.
Ed il 21 settembre gli assedianti mossero all’attacco: da una parte reparti militari ben organizzati ed armati di tutto punto, dall’altra combattenti volontari coraggiosi ma male armati ed addestrati,  che alle autoblindo, ai cannoni, alle mitragliatrici, alle mitragliere ed ai mortai degli aggressori poterono opporre solo il tiro ravvicinato dei famosi “sten” inglesi validi per azioni di commando ma inadeguati ad uno scontro frontale,  i vecchi moschetti recuperati dai disciolti reparti dell’esercito italiano, bombe a mano  e pochi fucili mitragliatori “Bren”.
La lotta fu impari, nonostante l’accanita resistenza ed il disperato coraggio  dei partigiani in gran parte giovani che seppero anche infliggere perdite agli attaccanti, ma alla fine il numero fatalmente prevalse ed il bilancio fu drammatico:  ben trecento i caduti in combattimento o mentre cercavano di scendere a valle filtrando attraverso la munita cintura degli assalitori.
Ma il giudizio tecnico-militare sulla conduzione della battaglia è  piuttosto critico: si addebita infatti al Comando partigiano di aver usato una strategia tradizionale valida in combattimenti frontali tra forze chiaramente contrapposte ed equilibrate, invece di affrontare il nemico, allorchè la sproporzione delle forze è evidente,  con la tattica della guerriglia.
E’ infatti dimostrato che già prima del fatale 21 settembre 1944 erano arrivati ai comandanti delle formazioni partigiane precise segnalazioni – vedansi, fra molte altre, le testimonianze di due autorevoli sacerdoti amici dei patrioti, don Giovanni Nervo e don Ugo Orso – che purtroppo non furono prese in considerazione, sulla preparazione di un massiccio attacco nazifascista.
A quel punto, tenuto conto della evidente inferiorità numerica delle  formazioni partigiane, sarebbe stato opportuno – ma la circostanza avrebbe dovuto essere stata prevista e studiata -  evitare lo scontro ed operare lo sganciamento mentre ancora l’accerchiamento del Grappa non era stato completato, e  ridiscendere in pianura.                 
Invece l’ordine emesso dal “Comando Gruppo Brigate Zona Grappa” d’accordo con il cap.Brietsche - inglese, capo delle Missione Militare alleata paracadutata pochi giorni prima sul Grappa  con il compito di meglio organizzare i partigiani ivi operanti - fu che in caso di attacco occorreva affrontare il nemico e che ove la resistenza non fosse più stata possibile, si sarebbe dovuto  ripiegare ordinatamente, con armi e bagagli,  su cima Grappa ed ivi difendersi ad oltranza,  rinnovando i fasti della 1° guerra mondiale e facendone la “Verdun” italiana.
Una scelta dettata da ricordi che avrebbero dovuto riscaldare i cuori, ma  insostenibile,   che provocò, come affermato poi da don  Orso, un “inutile macello” in montagna  e nei paesi della pianura circostante ove si verificarono innumeri episodi di vendetta dei nazifascisti con arresti, deportazioni, impiccagioni:  la più drammatica a Bassano del Grappa ove 31 patrioti furono appesi agli alberi del Viale delle Fosse.

Il “Rastrellamento del Grappa”, uno dei tanti tristi episodi della 2° Guerra Mondiale,  un’esperienza  che la pace renderà, si spera,  inutile.

                                                                                                          Giovanni Zannini