martedì 5 novembre 2013

A Padova un gigante poco conosciuto - L' "ERCOLE" DI AMMANNATI

Nel cortile del palazzo in Piazza Eremitani n.18 già della famiglia Mantua Benavides (proveniente, appunto, da Mantova) ed oggi di proprietà Protti, si eleva la più imponente statua in pietra d’Europa, alta ben 9 metri che - pur dando atto della generosa disponibilità dei Protti di consentirne la visita –  situata  in ambito privato e non in  luogo pubblico, è poco conosciuta dai padovani.
E’ l’Ercole di Bartolomeo Ammannati (Settignano 1511 – Firenze 1592), architetto e scultore che, lasciata ben presto l’accademia fiorentina del Bandinelli, si trasferì nel 1537 a Venezia attratto dalla fama di Giacomo Tatti ( il Sansovino) con il quale collaborò ad alcune opere, quindi a Padova e poi a Roma.
Nella nostra città, nel periodo che va all’incirca  dal 1544 al 1550 ebbe varie commissioni da Marco  Mantua Benavides, illustre giureconsulto amico di Pietro Bembo e  dell’artista  estimatore e mecenate, lasciando nel cortile del suo palazzo due opere che offrono la felice occasione di conoscere contemporaneamente l’arte dell’Ammannnati sia come scultore che come architetto.
La colossale statua dell’Ercole padovano evidenzia anzitutto il gusto dell’autore per il gigantesco e le statue fuori misura attestato anche da un’altra sua famosa opera:  il Nettuno della fontana di piazza del Palazzo Vecchio a Firenze, alto solo, si fa per dire, 5 metri e 60 centimetri. Per la verità, essa ebbe più ammiratori per il candore del marmo di Carrara nel quale era stato scolpito (donde il nome di “Biancone”) che per i suoi pregi scultorei. I fiorentini sottolinearono infatti la figura statica ed inarticolata del grande Nettuno in confronto alle figure bronzee agili e scattanti, opera del Giambologna, che ornano, più in basso, il bacino  acqueo dal quale emerge il gigante, e la stessa critica potrebbe farsi all’ Ercole,  più ammirevole per le sue straordinarie misure da Guinnes dei primati che per espressività, di casa Protti.


Ben diverse, le due opere dell’Ammannati (l’Ercole padovano ed il Nettuno fiorentino) dalle statue, anche se  di minori dimensioni (ma sempre 4 metri sono), ma vive ed espressive, di Marte e Nettuno del Sansovino, suo maestro, in cima alla  Scala dei Giganti nel palazzo Ducale di Venezia.   
Possiamo allora estendere il caustico commento fiorentino al “Biancone”(“Ammannato, Ammannato, quanto marmo l’hai sciupato!” attribuito da taluni nientemeno che a Michelangelo un po’ disilluso da quell’opera dell’Ammannati che pur da lui aveva tratto ispirazione), anche al nostro  domestico Ercole?. 
Le misure più ridotte  consentono invece di  meglio ammirare un’altra opera lasciata dall’Ammannati a Padova, il Mausoleo  di Marco Mantua Benavides (che, ancora in vita, glielo  aveva commissionato) nella storica chiesa degli Eremitani ove le figure sono mosse,  espressive e fanno, quelle sì, riferimento all’arte del grande  maestro.   Si tratta di una grande struttura architettonica  in tre ordini appoggiata al centro della parete  sinistra (entrando) della grande chiesa. Sul primo è posto il sarcofago che ha,  simmetricamente, ai lati, le statue del Lavoro e della Sapienza; su quello sopra vi è, al centro,  il ritratto del defunto e, lateralmente, le statue  del Tempo e della Fama; infine, sul terzo ordine, la statua dell’Immortalità  affiancata da due putti.    
L’opera è autenticata dalla scritta “Bart.Hamannati  Florentinus faciebat” incisa sulla pietra in un angolo del basamento.
Curioso notare che, mentre le altre  figure sono lavorate su “pietra gallina” (biocalcaneite di colorazione variabile  tra il giallo paglierino  e il grigio),  la statua del defunto è realizzata in stucco, e questo fa presumere che si tratti del modello di un originale in pietra del quale non vi è traccia. 
Qui le figure, più mosse, fanno evidente riferimento all’arte del grande Michelangelo al quale  il manierismo scultoreo,  del quale l’Ammannati è  esponente, s’ispira.

Ma, si diceva, il cortile di casa Protti possiede il grande privilegio di far conoscere  l’Ammannati sia come scultore che come architetto.
Infatti, nell’angolo sinistro in fondo (rispetto all’entrata) del cortile,  sorge una costruzione  di particolare bellezza,  che sovrasta il cancello d’ingresso al giardino.
Si tratta di un arco di trionfo (evidentemente dedicato dall’Ammannati alla famiglia del suo importante committente)  di forma contenuta ed elegante che contrasta con la figura imponente e un po’ rozza dell’Ercole che occupa il centro del cortile. Pur di proporzioni  ridotte, esso costituisce un esempio di commistione fra scultura e architettura che ricorda la preziosa loggetta del campanile di S.Marco in Venezia la cui ricostruzione fu iniziata dal Sansovino nel 1537, ed alla quale certamente partecipò l’Ammannati  presente,  a Venezia, come sappiamo, in quegli anni.
Un’altra interessante testimonianza  dell’operare dell’Ammannati nella nostra città è costituita da uno stuccoforte bronzato  (modello della statua della  Sapienza che orna il monumento funebre di Marco Mantua Benavides nella chiesa degli Eremitani) custodito nel Museo di Scienze archelogiche e d’arte (Dipartimento beni culturali)  dell’Università di Padova (n.serie MB18).    

Bartolomeo Ammannati, un grande artista coevo di altri ancor di lui più famosi   (Sanmicheli, Sansovino,  Palladio)  che con le loro opere eccelse appannarono un poco le sue.


                                                                                                            Giovanni Zannini

lunedì 4 novembre 2013

Churchill aveva ragione - TRIESTE E L' "OPERAZIONE DRAGOON"

La monumentale opera di Winston Churchill in 12 volumi “La seconda guerra mondiale”  - che gli valse l’Oscar per la letteratura 1953 - è una miniera di notizie e di informazioni poco note al grande pubblico, e rivela anche, con grande franchezza, alcuni casi di dissenso verificatisi fra inglesi ed americani in tema di importanti scelte strategiche per la conduzione della guerra.
Fra queste, il dibattito sull’opportunità di effettuare nel 1944 l’ “Operazione Dragoon”, lo sbarco alleato nel sud della Francia appoggiato dagli americani e contestato, invece, dagli inglesi.
L’americano gen.Eisenhover, comandante supremo delle forze alleate sul fronte occidentale,  infatti, impegnato dopo il vittorioso esito dell’ “Operazione Overlord” – lo sbarco in Normandia – in una durissima  lotta contro i tedeschi che volevano fermarne l’avanzata in Francia, riteneva che il principale sforzo alleato  dovesse effettuarsi su questo fronte, ritenuto più importante di  ogni altro, su quello italiano in particolare, affidato alla responsabilità  del gen. Wilson  comandante supremo del teatro del Mediterraneo.         
E, onde facilitare il suo immane sforzo, Eisenhover pretendeva un’azione di alleggerimento per  costringere  i tedeschi a dirottare su altri fronti parte delle divisioni che gli si opponevano. Per questo fu decisa l’ “Operazione Dragoon” consistente nello sbarco di truppe alleate sulle coste mediterranee della Francia meridionale,  operazione che avrebbe anche dovuto consentirgli, oltre all’apertura di un secondo fronte dove i tedeschi sarebbero stati costretti ad accorrere,  l’arrivo di rifornimenti in uomini e mezzi dai porti m mediterranei di Marsiglia e di Tolone.
In questa occasione,  scrive Churchill, “si verificò la prima  importante divergenza in fatto di alta strategia fra noi ed i nostri amici americani”. Egli pensava infatti che l’alleggerimento del fronte alleato in Francia potesse essere ottenuto anche da uno sforzo sul fronte italiano ove gli alleati,  infranta la “Linea gotica”, dopo aver dilagato nella pianura padana avrebbero potuto proseguire ad est, raggiungere  Trieste e l’Istria, e, proseguendo, avanzare in Austria ed Ungheria attraverso la sella di Lubiana puntando al cuore della Germania da un’altra direzione. In tal modo, la riuscita dell’offensiva sul fronte italiano avrebbe avuto la conseguenza  di  far arrivare per primi gli alleati a Trieste,  e poi a Vienna “prima dei russi con tutto ciò che avrebbe potuto derivarne”. Churchill vedeva lontano.   
Ma il motivo principale della sua avversione all’ “Operazione Dragoon” era costituito dal fatto che  parte delle truppe alleate a ciò necessarie dovevano essere  prelevate da quelle schierate sul fronte italiano comandate dal gen.Alexander, che pure aveva espresso il suo parere contrario, indebolendolo.
Alla fine prevalse il punto di vista americano al quale il Primo Ministro inglese si assoggettò assai malvolentieri  :  ed in agosto  gli alleati presero l’iniziativa sia sbarcando nel sud della Francia, sia iniziando, (nonostante l’emorragia subita dalla  5° armata di Clark) un’offensiva sul fronte italiano con lo scopo di infrangere la Linea Gotica.
L’ “Operazione Dragoon” iniziata il 15 agosto 1944 sotto comando americano ebbe successo, ma dallo sbarco Eisenhover non  trasse tutti  i benefici sperati perché i tedeschi, dopo una debole resistenza, preferirono ritirarsi verso il nord della Francia per rinforzare le difese contro di lui. Egli ne trasse però il beneficio di poter  disporre dei porti di Marsiglia e Tolone dai quali ricevette i necessari aiuti in uomini e mezzi.
Diverso fu l’esito dell’offensiva sul fronte italiano ordinata dal gen.Alexander nonostante che le armate ai suoi ordini (la 5° statunitense del gen.Clark, e l’8° inglese del gen.Mc Creery) fossero state gravemente indebolite dalla rapina a pro della contestatissima “Dragoon”.   
Iniziata il 26 agosto dalla linea - grosso modo all’altezza di Firenze – raggiunta  dopo l’avanzata seguita alla presa di Roma, essa aveva l’obbiettivo di sfondare la Linea Gotica che sbarrava la strada verso la pianura padana.         
Ma l’obbiettivo non  fu raggiunto: gli alleati avanzarono mediamente di 8/15  chilometri oltre le linee di partenza  ma furono costretti dalla resistenza tedesca a fermarsi sulle nuove posizioni conquistate. Dopo di ciò si verificò – scrive sempre Churchill – “un certo ristagno su questo fronte a seguito del quale il comando tedesco trasferì tre sue divisioni sul fronte francese  rendendo ancor più difficile l’avanzata di Eisenhover” che ne fu vivamente preoccupato.
Quali le cause di questo insuccesso?
Per diverse settimane, dall’inizio di luglio  – “spietatamente”, scrive Churchill  -  erano state portate via “unità e uomini  di prim’ordine al 15° gruppo di armate del gen.Alexander operante sul fronte italiano e soprattutto alla 5° armata  comandata dal gen. Mark Clark che era stata “spogliata e mutilata” di ben 7 divisioni, portando i suoi effettivi da 250.000 uomini a 153.000, per costruire il corpo di spedizione per l’ “Operazione Dragoon”.
La “splendida armata” di Alexander,  costituita da 25 divisioni, era “ridotta al punto di non essere più in grado di ottenere risultati decisivi  contro l’enorme vantaggio della difensiva”. 
Eppure, insiste, se avesse potuto disporre  anche solo di  metà  degli effettivi che gli erano stati sottratti a pro della “Dragoon”, Alexander nell’ offensiva del 26 agosto avrebbe potuto infrangere la Linea Gotica e “la campagna d’Italia avrebbe potuto finire entro Natale”.  
Invece l’ “Operazione Dragoon”, fortemente avversata da Churchil che alla fine aveva dovuto subirla, fu causa dell’insuccesso dell’offensiva alleata sul fronte italiano e, a causa di ciò, l’Italia sarebbe stata completamente liberata solo dopo 8 lunghi mesi.
Scrive il Primo Ministro inglese: “…La puntata in direzione di Vienna ci era negata…con tutte le splendide possibilità e le magnifiche prede che ci si offrivano sulla strada di Vienna”. Tesi che egli sottolinea in un messaggio 28-8-1944 al presidente  Roosevelt allorchè scrive che “l’arrivo di una potente armata  a Trieste e nell’Istria  fra 4 o 5 settimane avrebbe conseguenze positive che  non si limiterebbero al campo strettamente militare. Forze di Tito saranno ad attenderci in Istria” e, pare sottintendere, lì lo avremmo fermato.
Si possono a questo punto trarre, da tutto quanto precede,  due conclusioni.
Primo, la visione strategica di Churchill nella conduzione della guerra dopo lo sbarco alleato in Normandia era stata molto più ampia e preveggente di quella di Eisenhover che si era concentrato esclusivamente su di un obbiettivo immediato  - la vittoria contro i tedeschi in Francia - disinteressandosi del  futuro post bellico.
Secondo, se avesse prevalso il punto di vista di Churchill, se le forze alleate sul fronte italiano non fossero state depredate di effettivi a  pro dell’ “Operazione Dragoon”, l’offensiva di Alexander sarebbe riuscita nell’intento di sfondare la Linea Gotica.
Di seguito  gli alleati sarebbero arrivati a Trieste e nell’Istria prima dei partigiani jugoslavi e la tragedia della Trieste occupata da Tito, sarebbe stata evitata.

                                                                                                                 Giovanni Zannini  


L'ISLAM "MODERATO"

Non solo i droni, l’intelligence, le spie, i soldi, la corruzione, le audaci azioni di commando per combattere quell’Islam feroce che in nome di un falso Allah arma terroristi e li spinge ad orrende stragi di innocenti.
Per combattere gli estremisti islamici occorre infatti pensare a pacifiche strategie diverse da  quelle violente con le quali si vuole attualmente eliminare il terrorismo.
E’ ora di pensare all’altro Islam, quello moderato, che stenta a farsi strada: esistono  infatti, anche in Italia, musulmani che si oppongono a quelli che incitano, come un tempo, alla guerra fra mondo islamico e  non islamico;  che sostengono  la necessità di una riforma illuminata dell’Islam  e di una sua modernizzazione per eliminare anacronismi derivanti da situazioni storiche superate.
Un salutare “mea culpa”, così come l’ha, coraggiosamente,  recitato, per i cattolici, Papa Benedetto XVI allorchè ha riconosciuto che “nella storia, anche in nome della fede cristiana  si è fatto ricorso alla violenza: lo riconosciamo pieni di vergogna”.       
Allo sforzo di questi musulmani i cristiani debbono corrispondere favorendo i contatti, trattandoli con fiducia e senza sospetto, rendendo note alla pubblica opinione ed amplificandole,  le loro prese di posizione tendenti  ad eliminare dalla loro religione la “sharia” che non tiene conto della teologia e dell’etica  della rivelazione coranica. Le prese di posizione, ad esempio - ma molti altri se ne possono fornire -  dello sheikh Mohammed Sayd Tantawi, il grande Imam (scomparso nel 2010) della moschea universitaria  al-Azhar del Cairo - prestigiosa istituzione nota non solo in campo religioso ma anche in quello culturale – che ha contestato anacronistiche tradizioni tuttora esistenti nella sua religione, dal velo integrale alle mutilazioni genitali per le donne, ed ha condannato la chiamata di Ossama Benladen al terrorismo definita non valida né vincolante ed espressamente vietata dal Corano. 
Oltre a ciò, l’Islam moderato che si sforza di effettuare oggi una riforma che nei secoli è mancata - così perpetuando fanatismo e violenza che appannano il vero messaggio religioso di questa grande comunità di credenti -  deve essere appoggiato nel suo sforzo sul piano socio-politico.
Le folle esagitate, affamate e miserabili  inneggianti alla violenza ed al terrore  seguono i loro capi  che  combattono  l’occidente non solo corrotto, ma anche capitalista ed egoista.
E gli occidentali,  i cattolici in primis, se vogliono veramente combattere la violenza ed il terrorismo islamista che inneggia ad un Allah feroce e vendicativo, dovranno prodigarsi a favore di quei popoli vittime dell’ingiustizia: perché, come diceva Michel de Notredame più noto come  Nostradamus, “pane che manca abbondanza di coltelli”.  

                                                                                Giovanni Zannini

A Hitler non piaceva proprio - IL "NIDO DELL'AQUILA"

Attorno al famoso “Nido d’aquila”  di Hitler si è fatta molta confusione.
Per prima cosa esso non costituiva la sua residenza: si tratta infatti di  una grande baita  in pietra e cemento in cui Hitler non abitò mai stabilmente, sita a quota 1834 sotto la cima del monte Kehlstein, la cui principale attrattiva è costituita da un grandioso terrazzo  dal quale si gode un panorama mozzafiato. Esso costituisce infatti  un magnifico  osservatorio sulle cime delle Alpi Bavaresi  che si ergono tutto attorno, sul sottostante lago di Konigssee e sulla regione attorno a Berchtesgaden.
Per seconda, a Hitler quel luogo  non piaceva proprio perché posto ad un’altezza che gli provocava disturbo tanto è vero che ci andò raramente, forse solo una diecina di volte.
Ma allora non si comprende perché avesse costruito quella abitazione  dal momento che non aveva nessun piacere di andarci e la risposta è che il famoso “nido” non se l’era fatto lui, ma gli era stato gentilmente regalato dai   suoi fedelissimi che, evidentemente – strano, per dei tedeschi sempre scrupolosi prima d’ intraprendere alcunché - ignoravano che il loro capo amava molto la montagna (al contrario dell’acqua, dato che soffriva di mal di mare) purchè non fosse molto alta perché l’aria rarefatta gli dava fastidio.
Ma andiamo in ordine.
Hitler, da giovane, all’inizio della sua carriera politica amava recarsi, per riposare e meditare (è lì che terminò la stesura dal “Mein Kampf” iniziato, assieme al fido Rudolf Hess, nel carcere di Landsberg  ove era stato rinchiuso  dopo il mancato “putsch” del 1923) all’Obersalzberg (La montagna di sale), un breve altopiano a quota 1000 sulle pendici del monte Kehlstein,  in vista di Berchtesgaden.
Ivi, con i primi guadagni derivatigli  dalla vendita del Mein Kampf aveva acquistato una baita che, con il crescere della sua fortuna politica fu trasformata, a partire dal 1934, ad opera del  fedelissimo Martin Bormann, in una lussuosa villa da lui chiamata  il  “Berghof” ove si recava in vacanza e riceveva  ospiti illustri come Mussolini, Ciano, l’ex re d’Inghilterra con la moglie Wallis Simpson, i presidenti del consiglio inglesi Chamberlain e Lloyd George e molti altri ancora. Essa divenne in seguito  la stabile residenza della sua amante Eva Braun con la quale, quand’era lontano,   intratteneva quotidiani colloqui telefonici.    
Da allora la località divenne zona interdetta riservata ad Hitler, meta di pellegrinaggi organizzati di fanatici nazisti,  popolata solo dalle ville di gerarchi del Reich fieri di attorniare quella del capo: Hermann Goering,  Martin Bormann,  Rudolf Hess,  Albert Speer,  Joachim  von Ribbentrop, Heinrich Himmler,  Joseph Goebbels. In un’altra villa venivano ospitati i personaggi illustri in visita, ed in altri edifici il personale di servizio e di sicurezza, cosicchè nella località venne a formarsi un piccolo villaggio.
Solo successivamente il fedelissimo  Martin Bormann (che di Hitler doveva essere un autentico, si direbbe oggi, “fan”, ma del quale ignorava, evidentemente, l’acrofobia) non contento di avergli  restaurato la villa, pensò di fargli un altro importante regalo, a nome del partito nazista,  in vista  del suo 50° compleanno (20-4-1939): una strada che dai 1000  metri del Berghof  lo portava ad un  piazzale di sosta 700 metri più in alto e, con l’aiuto di un ascensore,  a quota 1834,  poco sotto la cima del monte Kehlstein: e lì, in aggiunta alla strada,  gli regalò anche la grande, massiccia  baita cui il Fhurer  diede il nome di “Nido dell’aquila”.
La strada per la cui costruzione il fido Bormann aveva costituita una società che portava il suo nome – la “Martin Bormann Obersalzberg” –  costata all’epoca 30 milioni di marchi, rappresenta un’opera di alta ingegneria. Realizzata  in poco più di un anno,  larga 4 metri,  scavata nella dura roccia del Kehlstein, sale  dal Berghof  per circa 7 chilometri  con un unico tornante e 277 metri di  gallerie fino ad un   parcheggio ove si aspre il tunnel  verso l’ascensore. Questo, tutto luccicante di ottone e specchi è ancora quello originale (mancano solo i divani in pelle) e impiega soli 41 secondi per arrivare al “nido”. 
A  guerra finita, vendicativamente, molti avrebbero voluto distruggerlo, ma prevalse il buon senso ed oggi moltissimi turisti  - che vi arrivano, perchè il traffico privato è interdetto, solo a bordo di pulmann muniti di motore e di freni particolari, costruiti dalla Daimler-Benz -  visitano la costruzione trasformata in ristorante i cui introiti sono destinati ad iniziative di pubblico interesse.
Dunque  Hitler non apprezzò molto i due costosi regali dal momento che, come già sopra detto, si recò al suo “nido”  pochissime volte e preferì abitare 800 metri sotto, nel suo Berghof,  dalla cui grande veranda si godeva  pure un panorama bellissimo anche se meno imponente di quello dall’alto del Kehlstein. 
Ma quali le vicende belliche del Berghof e del “nido” ?
ll primo fu colpito e gravemente danneggiato  il 25 aprile 1945, pochi giorni prima della resa della Germania (7-5-1945)  a seguito del bombardamento  di aerei inglesi che centrarono anche le residenze dei suoi gerarchi e tutto quanto stava attorno.    
Successivamente, per ulteriore dileggio, anche quello che non era stato completamente distrutto dal bombardamento fu, il 30 aprile 1952,  fatto saltare in aria con la dinamite.
Ma anche se si fosse trovato al Berghof - invece che nel suo fatale bunker berlinese ove stava  meditando la morte -  Hitler si sarebbe certamente salvato grazie al rifugio antiaereo che si era fatto costruire, tuttora esistente (salvo gli arredi) e visitabile.
Si tratta di una serie imponente di gallerie e di caverne scavate nel ventre  del monte Kehlstein,  e quindi a prova di bomba, illuminate da una potente centrale elettrica, dotate di magazzini per una lunga sopravvivenza e comprendenti, oltre all’ “appartamento” del capo, anche quelli di alcuni  dei suoi gerarchi, con “locali” adibiti a soggiorni, studi, camere da letto, cucine e bagni.   
E il “nido?”
Oggetto di ripetute incursioni alleate  non fu mai colpito e, verso la fine della guerra divenne motivo  di  accesa competizione fra alleati che aspiravano a farne un trofeo di guerra.
Vi arrivarono per primi gli uomini del 3° battaglione – 506mo reggimento della 2a Divisione corazzata  francese appartenente al GTV (Groupement Tactique Vézinet) che conquistato - dopo uno scontro a fuoco  con due irriducibili tedeschi, nel quale persero la vita alcuni dei suoi uomini – le rovine del  Berghof, salirono al “nido” piantandovi orgogliosamente la bandiera della Francia libera.
Lasciando grandemente delusi, e con un palmo di naso,  gli americani,  pur essi  arrivati a Berchtesgaden con la “3rd Infantry Division”, la 3a Divisione  di fanteria statunitense,   desiderosi di conquistare la preda.

Certo, nessuno, prima di allora, avrebbe potuto pensare che, per prendere un nido, ci si poteva lasciare la pelle.

                                                                                                           Giovanni Zannini


L’Armistizio violato
MUSSOLINI DOVEVA ESSERE CONSEGNATO AGLI ALLEATI, NON UCCISO

Il punto 29 dell’Armistizio (cosiddetto “lungo” perché fa seguito all’Armistizio “corto” di Cassibile del  3.9.1943)  firmato a Malta il 29-9-1943 fra il gen.Dwight Eisenhower per gli Alleati ed il gen.Pietro Badoglio per iI governo italiano,  così recita: ”…Benito Mussolini, i suoi principali associati fascisti e tutte le persone sospette di aver commesso delitti di guerra o reati analoghi i cui nomi si trovano sugli elenchi  che verranno comunicati dalle Nazioni Unite e che ora o in avvenire  si trovino in territorio controllato  dal Comando Militare  Alleato o dal Governo Italiano  verranno immediatamente arrestati  e consegnati alle forze delle Nazioni Unite. Tutti gli ordini impartiti dalle  Nazioni Unite a questo riguardo saranno osservati”.
Il 29 aprile 1943 il cadavere di Benito Mussolini assieme a quello dell’amante Clara Petacci e di altri 
gerarchi viene esposto a Milano in Piazzale Loreto appeso per i piedi ad un traliccio della pensilina del distributore di benzina ivi esistente.
Emerge, da ciò, in tutta evidenza, che l’Armistizio “lungo” del 29.9.1943 è stato violato.
Cercheremo di capire se, come e da chi tali impegni siano stati violati seguendo soprattutto il  gen.Raffaele Cadorna nel suo libro “La Riscossa” edito nel 1948, a poca distanza dunque dagli avvenimenti di cui ci stiamo occupando che l’autore  si sforza di esporre nella maniera più obbiettiva possibile.
Egli ha intensamente e drammaticamente vissuto il periodo della Resistenza italiana dal 25 luglio 1943  alla Liberazione quale Comandante  generale del Corpo Volontari della Libertà (C.V.L.) con  l’incarico, quanto mai improbo,  di coordinare e dirigere l’azione militare delle unità resistenziali operanti in Alta Italia. Ciò,  in conformità agli ordini  del Comando Supremo interalleato del Sud in correlazione con il CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia) composto dai rappresentanti dei partiti Comunista, Socialista, Liberale, Democristiano e d’Azione, nominato il 26-12-1944 dal governo Bonomi  suo rappresentante nel territorio italiano occupato dai nazifascisti.
Veniamo dunque alle pagine del libro relative all’uccisione di Mussolini.
Già il 19 aprile 1945, mentre lo sfascio dei nazifascisti appariva imminente, il CLNAI aveva emesso un ultimatum diretto alle forze armate ed ai funzionari della RSI   affermante  tra l’altro: “… Sia ben chiaro  per i componenti delle forze armate del cosiddetto governo fascista repubblicano che chi sarà colto con le armi in mano  sarà fucilato...  Solo chi si arrende al Comitato di Liberazione Nazionale e consegna le armi ai patrioti  avrà salva la vita  se non si sarà macchiato  personalmente di più gravi delitti…” e concludeva: ”…Che nessuno possa dire che, sull’orlo della tomba…non gli è stata offerta un’estrema ed ultima via di salvezza”.   
Successivamente  il CLNAI riunito a Milano il 25 aprile 1945 alle ore 8 proclama l’insurrezione ed emana tre decreti. Con il secondo denominato “per l’amministrazione della giustizia” si stabilisce che “…i membri del governo fascista  ed i gerarchi del fascismo…sono puniti con la pena di morte e nei casi meno gravi con l’ergastolo”.
Balza qui evidente il contrasto fra le clausole armistiziali sottoscritte dal governo italiano secondo le quali  “Benito Mussolini, i suoi principali associati fascisti e tutte le persone sospette di aver commesso delitti di guerra…saranno immediatamente arrestati  e consegnati alle Forze della Nazioni Unite”, ed il tenore del succitato decreto del CLNAI che  condanna a morte “i membri del governo fascista ed i  gerarchi del fascismo” i quali,  al contrario, in base alle clausole armistiziali sottoscritte dal governo italiano del quale esso era il rappresentante in Alta Italia, dovevano essere arrestati e consegnati  alle Forze delle Nazioni Unite.
Il gen.Cadorna  si rende conto della  situazione paradossale verificatasi ed è evidente  l’imbarazzo  in cui viene a trovarsi in quanto, scrive nel suo libro,  “…il rapporto di dipendenza  dal CLN non possa prescindere dal fatto che la sua qualità di generale  italiano gli impedirebbe di tenere il posto qualora si verificasse sconcordanza di direttive  fra il governo italiano delegante  e gli Alleati che ne controllano l’opera  a termini delle condizioni d’armistizio da una parte,  ed il CLN delegato dal governo stesso  dall’altra parte”.
La sera del 27 aprile 1945 si presentano a lui Lampredi e Valerio (rag.Audisio), rappresentanti del partito comunista in seno al CNLAI affermando di aver da esso ricevuto il mandato di recarsi sul posto in cui Mussolini era stato catturato  con il compito di giustiziarlo.
Cadorna  sospetta  che tale ordine non sia impartito dal CLNAI ma, in realtà,   da un  autoproclamatosi  “Comitato Insurrezionale” costituito dai soli  rappresentanti comunisti,  socialisti e azionisti nel CLNAI che si era ad esso sovrapposto in pratica svuotandone l’autorità.
E' accertato che fu proprio così, ma, a cose fatte,  il CNLAI  emanò un comunicato nel quale – si legge nel libro – “assumeva la piena responsabilità della fatta giustizia  e deplorava gli eccessi commessi  da una folla esagitata attribuendone la colpa alla diseducazione del ventennio fascista”.
 Ma come si comportò, in tale situazione, il gen. Cadorna?
Egli si limita ad affermare che “mi regolai  come in ogni atto della mia vita di soldato  domandandomi  unicamente  quale sarebbe stata l’eventualità  più dannosa per l’Italia a prescindere da ogni mia personale preoccupazione” e che “davanti a un ordine la cui esecuzione non poteva comunque  sfuggire alle mie competenze… quale atto imposto da una ineluttabilità  di forze e di eventi di cui è possibile  farsi un’idea solo riportandosi  a quei giorni e mettendosi al posto  di chi si trovò in mezzo a quella  situazione di estrema incertezza  e di esasperata eccitazione,  io agii nei limiti di una precisa  responsabilità a cui  non intesi e non intendo sottrarmi”.
Ma come, in concreto, agi? Non lo dice, quasi a voler coprire una verità che potrebbe essere diversamente interpretata e dare origine a contrasti e polemiche.                                     
Fra le innumeri informazioni  fiorite attorno all’episodio dell’uccisione di Benito Mussolini vi è quella fornita su  Internet da  “Wikipedia, l’enciclopedia libera” con un servizio non firmato dal titolo “ Morte di Mussolini” - riportante la chiara avvertenza che “Le informazioni qui  riportate hanno solo un fine illustrativo.  Wikipedia può contenere materiale discutibile” - al quale facciamo riferimento, pur con ogni riserva,  solo per tentare di chiarire quanto Cadorna nel suo libro non ha voluto rivelare.
Ciò chiaramente premesso,  emerge  dalla sopracitata  fonte  che Cadorna “diviso tra i doveri di comandante del CVL  e di lealtà verso gli Alleati” avrebbe agito su due fronti: da una parte munendo di lasciapassare gli incaricati della missione di morte per evitare, nella drammatica situazione in atto, chi sa quali violente reazioni,  dall’altra contattando contemporaneamente il ten.col.Sardagna (già suo dipendente gerarchico nella divisione di cavalleria corazzata“Ariete” da lui comandata alla difesa di Roma) che rappresentava il CVL a Como, al fine di predisporre misure per recuperare  Mussolini e  trasferirlo in luogo sicuro in attesa – si suppone -  di consegnarlo al  CLNAI completo dei rappresentanti di tutti i partiti (e non al fantomatico autonominatosi "Comitato insurrezionale)  quale  legittimo rappresentante del governo italiano in Alta Italia.
Ma non è chi non veda che, ove tale ipotesi fosse suffragata,  anche il legittimista gen.Cadorna non sarebbe più stato tale perché avrebbe agito in violazione  delle clausole armistiziali   che, come sappiamo,  imponevano la consegna di  Mussolini “alle forze delle Nazioni Unite”,  e non al governo italiano.
E che Cadorna intendesse  anch'egli violare le clausole armistiziali (sia pure in maniera diversa dalla sbrigativa procedura del col.Valerio) emerge dal sopracitato suo libro nel quale, a pag. 260 si legge che “in nessun caso poi avrei volontariamente  proceduto a effettuare la consegna  di Mussolini in mano alleata perché egli fosse  giudicato e giustiziato dallo straniero. Ricordavo quale indignazione  avesse destato all’interno  e all’estero dopo l’8 settembre la voce che nelle clausole segrete  dell’Armistizio fosse prevista tale consegna da parte  del Governo italiano”.
Il quale, sia detto per inciso, si era preoccupato, dopo il 25 luglio 1943 di proteggere Mussolini da possibili colpi di mano da qualsiasi parte provenienti, preoccupazione peraltro invalidata dall’audace azione di Otto Skorzenj sul Gran Sasso. 
Oltre a ciò, il punto di vista di Cadorna era condiviso anche da   Pier Luigi  Bellini delle Stelle, “Pedro” (nobiluomo, conte,  di fede monarchica), comandante della 52° Brigata Garibaldi - che aveva intercettato e arrestato Mussolini a Dongo - e dai suoi quadri: Michele Moretti “Pietro”, Commissario politico; Urbano Lazzaro “Bill”, suo vice, e  Luigi Canali, “Capitano Neri”, Capo di stato maggiore, i quali non volevano farsi “scippare” la preda da quei partigiani  sconosciuti  giunti dalla pianura,  da Milano, comandati da uno scalmanato che si faceva chiamare “colonnello Valerio”,  pretendendo di dare ordini a tutti  e, con minacce, di essere obbedito.
Scrive infatti “Pedro”, nel libro “Dongo, la fine di Mussolini” (Milano – Mondadori – 1962)” scritto a quattro mani con “Bill”, che “…nessuno di noi aveva mai pensato di passare per le armi  i prigionieri…Non avremmo consegnato Mussolini agli Alleati, ma solamente al nostro Comando …Non ci pareva giusto, né dignitoso, che delle sorti di un italiano dovessero decidere gli stranieri, per quanto alleati fossero…”. 

Salvate Mussolini!

Fermo restando l’intendimento di “Pedro”, di “Pietro”, di “Bill” e del “Capitano Neri” di non farsi sottrarre la preziosa preda da altri, e di mettere al sicuro Mussolini in attesa che la confusa situazione  si  chiarisse, vanno riferite due versioni relative alle modalità con cui la messa in sicurezza di Mussolini sarebbe stata tentata.
Una prima, riferita da “Wikipedia” più sopra citata, e da un’ampia nota a pag.394 del libro di Vittorio Roncacci  “La calma apparente del lago: Como e il comasco tra guerra e guerra civile 1940/1945”  (Macchione Editore – Varese  - anno 2003)   afferma che “Pedro”  la sera del  27 aprile,  aveva  ricevuto dal ten.col.Sardagna, responsabile del CVL  di Como,  l’ordine  di  lasciare Germasino ove si trovava Mussolini presso la caserma della Guardia di Finanza,  e di recarsi con lui e la Petacci a Moltrasio  per effettuare il traghettamento  - predisposto dal gen.Cadorna - dei prigionieri verso la villa  dell’industriale  Remo Cademartori (che conferma l’esistenza del piano – n.d.r.) a Blevio sull’altra sponda  del ramo comasco del Lario. Ma giunto al porticciolo  del piccolo paese, “Pedro” non  trovò alcuna imbarcazione per cui, nelle prime ore del  28 aprile decise di tornare indietro e di alloggiare i due prigionieri non più a Germasino, ove la voce della presenza  dell’ex duce si era diffusa, ma in un luogo più sicuro -  noto solo a lui ed ai suoi fedelissimi  -  a Bonzanigo, una frazione di Mezzegra, nella casa di Giovanni De Maria nella quale altre volte lui,  inseguito dai fascisti, aveva  trovato rifugio.     
Pier Bellini delle Stelle, invece, conferma il viaggio notturno fino a Moltrasio con i due preziosi prigionieri, ma non parla del presunto tentativo di traghettamento dell’ex duce a  Blevio. Secondo lui, infatti,  il viaggio era stato deciso per spostare i due da Germasino, ritenuto rifugio non più sicuro, in  un’altra remota località, in una baita posta a S.Maurizio di Brunate, sopra Como. Ma, giunti a Moltrasio, nel dubbio che a Como (che andava raggiunta per salire poi  a S.Maurizio), fossero ancora in atto scontri fra partigiani e fascisti, il progetto fu abbandonato e si ripiegò su Mezzegra.
Dunque, in entrambi i casi, il viaggio fino a Moltrasio avvenne, nel primo per effettuare il fantomatico traghettamento, nel secondo in transito per raggiungere un più sicuro rifugio nella montagna sopra Como.                                     
Ed in entrambe le versioni si conferma che, durante il tragitto, punteggiato da diversi posti di blocco partigiani, per evitare l’identificazione dell’ex duce, si decide di  bendargli il capo per simulare un partigiano gravemente ferito da trasportare con urgenza all’ospedale.
Sia a questo punto consentita una nota di colore, tra il tragico e il comico, quale emerge dalle pagine 180 e 181 di “Dongo: la fine di Mussolini” (Milano – Mondadori  - 1962) scritto a quattro mani da Urbano Lazzaro “Bill” e Pier Bellini delle Stelle “Pedro” il quale ultimo racconta un surreale episodio avvenuto durante il sopraddetto drammatico viaggio.

A braccetto con la Petacci

“La Petacci” scrive “sembrava stanchissima e Mussolini chiede una piccola sosta  per far riposare  la signora…La Petacci ha gran difficoltà a camminare sui ciottoli della strada resi viscidi dalla pioggia: mi avvicino allora a lei e le offro (cavallerescamente, il nobiluomo  Pier Bellini delle Stelle non si smentisce – ndr.) il braccio per sostenerla.  Mussolini dall’altra parte fa lo stesso e così procediamo,  per un certo tratto,  tutti e tre  a braccetto. Dobbiamo formare un terzetto piuttosto strano: a destra Mussolini, intabarrato in un pastrano militare troppo lungo per lui, con una coperta sulle spalle e la testa fasciata che spiccava bianchissima nell’oscurità della notte, in mezzo una signora elegante che sembrava reggersi a malapena sulle sue scarpette dai tacchi alti, affranta e affaticata;   a sinistra io, lacero e scalcagnato, con barba e capelli incolti, tutto sferragliante di armi…”.
Da tutto quanto sopra emerge dunque confermato il punto di vista del gen.Cadorna quale emerge dalle sue stesse parole più sopra citate secondo le quali egli, Comandante del CVL (Corpo Volontari della Libertà) avrebbe voluto tenere al sicuro  il prigioniero in attesa che un regolare Tribunale di Guerra italiano provvedesse a giudicarlo e poi,  se condannato, a giustiziarlo.

Conclusione

Se è vero che - come emerge dal libro di Vittorio Roncacci, “con il diffondersi della notizia (la cattura di Mussolini il 27 aprile 1945 – ndr)  giungeva al comando del CLNAI dal Quartier Generale OSS (l’americano Office of  Strategic Service) di Siena  un telegramma con la richiesta di affidamento  al controllo  delle Forze delle Nazioni Unite di tutti i membri  del governo della RSI secondo la clausola  n.29 dell’Armistizio “lungo”, e che “…all’aeroporto di Bresso  intanto si inviò  un velivolo per prelevare il dittatore”.
E se è pure vero che a tale telegramma si rispose, falsamente depistando, da parte di qualcuno, probabilmente, del “Comitato Insurrezionale” di stampo comunista ( sovrappostosi al legittimo CLNAI, praticamente esautorandolo), con questo  fonogramma:” Spiacenti non potervi consegnare Mussolini che processato  Tribunale Popolare  è stato fucilato stesso posto  ove precedentemente fucilati da nazifascisti  quindici patrioti . Stop.”
Se è dunque vero, come è vero,  che tutto ciò è accaduto, se ne deduce che il non aver obbedito alla richiesta alleata di consegnare l’ex duce procedendo, al contrario,  alla sua esecuzione,  dà fondamento all’accusa, nei confronti  dei responsabili di tale comportamento,  di mendacio e di ribellione militare  ad ordini contenuti nella  più volte citata clausola armistiziale - sottoscritta dal governo italiano del quale il CLNAI era emanazione  - secondo i quali  “TUTTI GLI ORDINI IMPARTITI DALLE NAZIONI UNITE a riguardo  di B.Mussolini e dei suoi principali associati SARANNO OSSERVATI”.
                                                                                                           Giovanni  Zannini

GIUSEPPE ROTA CHIOGGIOTTO, COREOGRAFO, PATRIOTA, INVENTORE

 Tra i molti vanti di cui può fregiarsi Chioggia vi è certamente anche quello di essere la città natale di un  personaggio che nell’800 godè di grande fama e notorietà.
Giuseppe Rota era nato a Chioggia nel 1822 e fin da ragazzo, vivace ed arguto, un po’ scavezzacollo,  aveva manifestato interesse per le scene esibendosi sulle tavole  di un piccolo teatro come paggio destinato a piccole comparsate: ma quel primo contatto con il palcoscenico accese in lui una passione per la danza che lo condusse, sia pur faticosamente, alla notorietà ed al successo come coreografo. Ma chi è il coreografo?
E’ l’autore di un libretto per il cui accompagnamento musicale egli si rivolge al musicista che traduce in note i sentimenti, le situazioni e le trame della  rappresentazione teatrale della quale è regista lo stesso autore. Una figura di artista dalle molte sfaccettature che si adattava perfettamente al carattere geniale, brioso,  esuberante, ingegnoso, esigente ed anche, all’occorrenza, autoritario, del Rota che sapeva imporsi a tutti, primi ballerini, corpo di ballo, musicisti,  scenografi che, condotti da lui al successo, lo acclamavano poi riconoscenti.

Poco sappiamo sulle sue prime esperienze lavorative: il “Doctor Veritas” (alias Leone Fortis, patriota, giornalista – 1824/1896) in una  delle sue “Conversazioni” sulla “’Illustrazione Italiana” del gennaio 1877 lo descrive come  “secondo ballerino di infimi teatri, il che vuol dire la più triste di tutte le miserie, per due lire al giorno, condannato a trovare ogni sera un sorriso  ed a muoversi in cadenza  al suono di una musica che simula allegria”.
In tali condizioni arriva a Milano nel 1851  scritturato alla “Canobbina” ( uno dei due teatri milanesi, “La Scala”, il teatro grande, famoso, e quest’altro, divenuto poi “Teatro Lirico”,  per un pubblico più modesto e meno esigente)  per un  ballo di carnevale che ebbe un esito disastroso.
L’impresario alla disperata ricerca di un coreografo disposto, per pochi soldi, a mettere in piedi un nuovo spettacolo, si trova di fronte alla sbalorditiva proposta del secondo ballerino Rota:” Vorle che ghe fassa  un balo mi? Me sento da tanto. Pochi zorni e pochi bezi”. E per convincere maggiormente l’altro, incredulo e titubante, aggiunge:” Se nol piaze , no le me darà gnanca un soldo”  al che l’altro cede e Rota inizia l’avventura. Ma sentiamo ancora cosa scrive il Doctor Veritas:” …In pochi giorni il ballo promesso fu messo in scena. Era “Il Fallo” (che più tardi prese  nome  “Il Fornaretto” – n.d.r.). Un successone, un entusiasmo da non dirsi. Dalla Scala emigravasi in massa  per vedere il ballo del minor teatro…che costituiva un’arte nuova che s’imponeva alle masse…”. Allora il trasferimento alla Scala fu naturale ed alla prima del 24-9-1853 fu il trionfo: lo spettacolo fu replicato 54 volte ed il Doctor Veritas decretava:”...La nuova coreografia era nata e Rota ne aveva trovato il segreto…”.  
A quel primo successo ne seguirono molti altri - che  fecero di lui per una decina d’anni  il coreografo  italiano preminente -  nei quali l’artista espresse le più diverse forme culturali: la commedia elegante con “La Contessa d’Egmont”; la tragedia classica con “Cleopatra”; il dramma moderno col “Giuocatore” e col “Montecristo”; l’inno pindarico con la “Velleda”; la satira e la polemica con “Il Ballo nuovo”; l’allusione politica con “I Bianchi e i Neri”.
Il secondo ballerino giunto a Milano con un solo miserevole paio di pantaloni estivi azzurrini - che, onde potersi presentare un po’ più decentemente in teatro a mettere in scena il suo primo ballo,  aveva lui stesso tinti di nero con l’inchiostro – divenuto famoso non aveva mai rinnegato le sue umili origini, alla stregua di tanti altri “parvenus”.     
Ma  con la maturità, a conferma della sensibilità del suo animo,  subentrò in lui il desiderio, criticato dai suoi stessi ammiratori che lo presero per pazzo,  di abbandonare il teatro che pure gli aveva dato fama e ricchezza.  Una specie di  rimpianto per aver fino ad allora speso la sua vita  a costruire – scrive                                                       Antonio Ghislanzoni nel suo “Libro serio”  -  “dei giocattoli per il sollazzo di un pubblico spensierato”,  che non avevano creato nulla di utile per la società al cui sviluppo avrebbe invece voluto contribuire con le molteplici capacità del suo ingegno: insomma, “era stanco di dilettare, voleva beneficiare”.
Purtroppo non potè perseguire tale intento  perché la morte lo colse a soli 43 anni mentre era intento a costruire in Torino un grandioso stabilimento di fotoscultura, una nuova arte da lui importata in Italia, dalla quale si attendeva ottimi risultati a beneficio di molti.   

Ma Rota condivideva anche lo spirito che animava i patrioti italiani del suo tempo, e molti episodi lo confermano. Ad esempio - scrive ancora il Doctor Veritas - nel suo ballo “I Bianchi e i Neri” …Gli schiavi neri si strappavano i collari e li sollevavano in atto di minaccia verso i loro aguzzini. In quel momento si sentivano fremere nell’orchestra  quattro battute della Marsigliese: era Rota che le aveva volute. L’azione combinata con la musica  produsse l’effetto di un fulmine, il pubblico scattò in piedi, vi fu un’insurrezione di applausi” e gli austriaci, leggendovi un messaggio patriottico contro di loro,  proibirono il ballo per qualche tempo.
Ancora. Il Ghislanzoni scrive che, trovandosi a Parigi nel 1859 mentre infuriava la seconda guerra  d’indipendenza italiana nella quale Napoleone III combatteva in Italia a fianco di Vittorio Emanuele,   il Rota si augurava che un contratto che stava stipulando non andasse a buon fine perché, diceva ad un amico, “…mentre tutta Italia è in fermento di rivoluzione, mentre laggiù si combatte per l’indipendenza del nostro paese, mentre i nostri amici, i nostri fratelli, danno il loro sangue, non ti pare che sarebbe vergogna se io mi trovassi sul palcoscenico a dirigere un esercito di ballerine?”.
E quando si  trovò di fronte ad un vecchio nobile francese (conservatore e quindi avversario di Napoleone)   che gli riferiva false notizie sull’andamento della guerra, fra cui quella che Garibaldi sarebbe stato fatto prigioniero dagli austriaci a Varese, egli, scrive sempre il Ghislanzoni, mandando a quel paese ogni prudenza che gli avrebbe suggerito di non contraddirlo dato che, per allestire uno spettacolo, aveva bisogno di lui,   insorse violentemente: ”Non può avvenire che Garibaldi cada prigioniero. Garibaldi può cader ferito, può cader morto come l’ultimo dei suoi fantaccini, ma è impossibile, ve lo ripeto, signor Conte, che si lasci prendere prigioniero!”.   
Non si sa se poi il favore gli fu concesso: comunque il nobiluomo ammirò il coraggio e la determinazione   del Rota e, forse, lo accontentò.

Giuseppe Rota alle elementari aveva imparato a leggere, scrivere e far di conto, ma si era fermato lì perchè  le assi del palcoscenico erano poi divenute la sua scuola. Ciononostante, dotato di un’intelligenza non comune, resosi conto della necessità di adeguare la propria cultura all’ambiente nel quale, a seguito del  successo  ottenuto, si era trovato a vivere, si era dato, con la foga e l’ostinazione dell’autodidatta, a studiare e leggere libri di ogni genere. La letteratura, certamente, ma soprattutto le scienze -  la matematica, la geometria, la meccanica – alle quali era specialmente portato, e delle quali sarebbe divenuto un eccellente conoscitore ove avesse avuto la possibilità di studiarle e di approfondirle opportunamente. “Assorbiva la scienza  - secondo Ghislanzoni  - prima di averla meditata; applicando le teorie  conquistate, egli rettificava i propri dubbi, consolidava il proprio sapere”, ed egli stesso era consapevole di possedere un ingegno superiore alla propria arte, un cuore creato per delle espansioni più nobili che non fossero quelle della coreografia.
Un esempio, che vale anche per confermare il suo patriottismo ed il suo desiderio di dare in qualche modo un contributo alle lotte per l’unità d’Italia: l’invenzione del “telegrafo mobile per i campi di battaglia”, che avrebbe dovuto favorire la vittoria degli italiani e dei francesi fianco a fianco, nel 1859, in Italia, contro l’Austria. Un battaglione di soldati a cavallo, a ciò addestrati, avrebbe dovuto installare, con la massima celerità, con il sistema da lui studiato,  le linee telegrafiche per tenere in collegamento i vari reparti di combattenti  sul campo seguendone i movimenti e consentire così al Comandante supremo, dopo aver studiato le strategie, di diramare i suoi ordini “con la velocità del lampo”.
Perfezionato il suo progetto tenendo conto anche delle critiche e delle obiezioni di quanti lo accusavano di essere un visionario, lo presentò all’autorevole consigliere di Napoleone III, il  Duca di Morny, il quale, pur formulando qualche dubbio,  trattenne il documento con l’intento di esaminarlo approfonditamente,  dopo di che il Rota non ne seppe più nulla.
Fino a che, terminata la guerra in Italia, poco dopo il rientro di Napoleone a Parigi,  il “telegrafo mobile” fu sperimentato ufficialmente in campo di Marte, e con pieno successo, proprio in base a quel progetto che Rota aveva fiduciosamente consegnato al Duca di Morny.
Solo che l’invenzione fu attribuita  ad un ignoto meccanico francese per cui il povero Rota, dopo inutili proteste,  restò, commenta Ghislanzoni,  con un palmo di naso.

Per concludere, un gustoso episodio a conferma del brio, della fantasia, dell’inventiva, tutta italiana, del Rota.
Era arrivato in Francia senza conoscere una parola di francese, assieme ad un amico che gli faceva da interprete.   
Giunti al cospetto del Conte di Morny arbitro in una controversia insorta con la direzione del teatro dell’”Operà” di Parigi a proposito dell’andata in scena della “Contessa di Egmont”, l’interprete  sostenne le ragioni dell’amico.  L’arbitro espresse il suo verdetto ed a quel punto il Rota, che non ne era rimasto, evidentemente,  soddisfatto, prese la parola per sottolineare le sue ragioni “con tal impeto di facondia – si legge - che il Conte ed altri personaggi presenti ne furono stupiti”. Egli che, come si è visto, non parlava il francese, “parlava  una lingua nuova di sua invenzione, un idioma inaudito che non era italiano, non era francese, ma tale da rendersi egualmente comprensibile a quanti lo udivano. Vi sarebbe stato da sorridere  per quella strana forma di linguaggio, eppure non vi fu alcuno che si permettesse di farlo. Forse nessuno avvertì che quell’uomo prodigioso  improvvisava un nuovo vocabolario  ed una nuova grammatica. In quel giorno e da tal momento Rota non ebbe più bisogno d’interpreti; egli possedeva la “lingua” cosmopolita ed è probabile che gli Apostoli, dopo il miracolo delle lingue di fuoco, parlassero in quella guisa”.
O, forse, aveva inventato l’ “esperanto”.

                                                                                                            Giovanni Zannini