sabato 26 settembre 2015

UN COLPO DI STATO ANOMALO

Nella lontana trasmissione televisiva di Porta a Porta dell'ottobre 2004 in cui Romano Mussolini ha rievocato la figura del padre Benito, sono state fatte alcune affermazioni che meritano di essere precisate.
Anzitutto, si è detto che all’interno del Gran Consiglio del Fascismo era sopravvissuto un residuo di democrazia in quanto era previsto il diritto di voto dei consiglieri che potevano quindi dissentire dal Duce.
L’affermazione è solo apparentemente esatta.
Il “Regolamento interno del Gran Consiglio del Fascismo” approvato all’unanimità dallo stesso consesso nella seduta del 9 aprile 1929 , coperto da segreto di stato per tutto il periodo fascista, sin qui inedito ed attualmente in mio possesso, prevedeva in effetti il diritto di voto dei consiglieri regolato dettagliatamente nel paragrafo “Delle adunanze” agli articoli da 11 a 17.
Ma, in realtà, tale apparente cascame di democrazia veniva brutalmente annullato dall’art.2 del Regolamento stesso che prevedeva un vero e proprio diritto di veto del Capo del Governo Presidente del Gran Consiglio il quale “ha facoltà di interrompere in ogni momento la discussione su qualsiasi questione e di sospendere la esecuzione delle deliberazioni del Gran Consiglio”.
Viene da chiedersi perchè Mussolini non si sia avvalso di tale potere nella drammatica seduta del 24 luglio 1943 in cui la maggioranza approvò l’ordine del giorno Grandi a lui sfavorevole.
Forse perché, stressato dall’esercizio di un potere assoluto protrattosi per vent’anni e reso consapevole del suo fallimento dall’invasione della Sicilia da parte degli alleati, non ebbe più la forza di affrontare i nuovi drammatici problemi che sarebbero derivati dal suo “veto” e preferì percorrere la strada in allora costituzionale aperta dal voto del Gran Consiglio per rimettersi in extremis in carreggiata sulla via di quella democrazia a suo tempo combattuta e vilipesa nella speranza di una sua uscita meno traumatica dal pantano in cui era andato a cacciarsi.
Da quanto precede emerge anche discutibile che si possa qualificare colpo di stato quanto avvenne in Italia nel luglio 1943 nel rispetto di una procedura che era stata acutamente prevista, in tempi non sospetti - 1940 – da Paolo Biscaretti di Ruffia, libero docente di diritto costituzionale nell’Università di Roma,
Nel suo “Le attribuzioni del Gran Consiglio del Fascismo” egli scriveva infatti, lucidamente, che il Gran Consiglio, “solito a collaborare in diretto contatto con il Capo del governo, entra in contatto con la Corona soltanto in quegli estremi momenti in cui è in gioco il destino della nazione quando il Sovrano, supremo arbitro della corrispondenza di un determinato indirizzo politico alle necessità più vitali della collettività nazionale, deve addivenire alla nomina di un nuovo Capo del governo”.
E’ quanto precisamente avvenne il 25 luglio: il Re, preso atto del voto del Gran Consiglio – terzo organo costituzionale, con la Corona ed il Capo del Governo , dello stato fascista - convoca Mussolini ed in base all’art 65 dello Statuto Albertino in allora ancora vigente in base al quale “Il Re nomina e revoca i suoi ministri “, gli revoca la nomina a Primo Ministro e nomina, al suo posto, Pietro Badoglio.
Senza che si sia sparato un sol colpo di pistola:
E’ dunque giusto continuare a parlare di “Colpo di stato del 25 luglio 1943?”. Giovanni Zannini









mercoledì 23 settembre 2015

LA STRETTA DI MANO

Il col.Antonio Rigidi aveva trasferito nella sua famiglia usi e costumi in uso nella caserma da lui comandata che avevano sempre dato ottimi risultati. Quindi nessuna mollezza, vita spartana, dominio delle proprie azioni, il tutto mirante alla formazione di un vero uomo, perchè il coraggio ce l'ha chi è consapevole della funzionalità dei propri muscoli. E' infatti difficile, diceva il colonnello, che un uomo gracilino sappia affrontare le battaglie della vita, sia quelle cruente (oggi, per fortuna, meno frequenti) che quelle imposte dalla vita di ogni giorno.
Così il figlio Giuseppe era cresciuto a pane, studio e palestra, con ottimi risultati: un bel fisico, intelligenza sveglia, voglia di fare, mai ozio o dormite prolungate.
Giunse così il momento di, come si dice, entrare in società, attenendosi alle regole ancora una volta dettate dalla saggezza del padre. Quando ti presentano a qualcuno, gli aveva raccomandato, assumi un atteggiamento rispettoso ma non servile, e guardalo negli occhi cosicchè l'altro possa comprendere dal tuo sguardo chi sei e quanto vali. E, soprattutto, se ti porge la mano, attenzione a non fare come tanti che ricambiano con mani mollicce come molluschi, lasciandole, inanimate e sudaticcie , in balia dell'altro che, leggermente schifato, non vede l'ora di liberarsene.
La mano che tu affidi a chi te la richiede, raccomandava il colonnello al figlio, sia invece fresca e gradevole al tatto, in grado di suscitare immediatamente favorevoli impressioni: e, alla fine, la stretta sia franca e virile.
Così il ragazzo, ammesso come socio alla Società dei concerti, in occasione del suo primo ingresso si attenne alle istruzioni ricevute, ma commise il grave errore di pensare che la “stretta virile” suggerita dal padre, significasse “stretta vigorosa” .
La serata fu disastrosa.
Strappò un urlo di dolore alla vecchia contessa patronessa del concerto che, offerta la mano per il baciamano, se la vide agguantare e stritolare dal ragazzo. Analogo inconveniente accadde per il monsignore ospite d'onore il quale, offerta, lui pure, imprudentemente, la mano per il bacio dell'anello, se la trovò fratturata in modo scomposto dalla eccessiva devozione del giovane. L'illustre ecclesiastico con grande autocontrollo riuscì a reprimere un grido di dolore pur inviando in cuor suo i peggiori moccoli al colpevole.
Proseguendo nelle presentazioni, vittime dell'eccesso di energia del neo-socio, fu il primo violino che, trovandosi fratturato l'indice della mano sinistra, fu sostituito in fretta e furia dopo affannose ricerche; poi la soprano che pur essa colpita dalla foga del ragazzo, coraggiosamente, nonostante tutto, volle proseguire il programma incappando però in un paio di stecche; quindi il Questore che mise in allarme la scorta la quale, vedendolo comprimersi ripetutamente la mano destra, fiutò qualche misterioso attentato.
E la mattanza sarebbe proseguita se, provvidenzialmente, il neo socio non fosse incappato in un piccoletto campione di Karate che, trovatasi la mano imprigionata dalla stretta del Giuseppe prima resistette all'assalto poi passò al contrattacco con una devastante morsa che mandò in frantumi ogni osso della sua mano costringendo con il braccio al collo per un paio di mesi l'imprudente ragazzo il quale, a guarigione avvenuta, si convinse che nelle presentazioni e nei saluti, la pressione sulle mani altrui deve essere semplicemente “virile” e non, assolutamente, “vigorosa”.



Giovanni Zannini

martedì 22 settembre 2015

CHE FATICA RESTARE "NAIF"

Racconto

Ecco il testo dell'intervista che Carlo Ravetti, vincitore del prestigioso Premio Letterario “Prealpi” ha rilasciato a Nico Fanni della “Gazzetta del Nord”.
“Ravetti, una bella soddisfazione vincere, a soli 25 anni, il “Prealpi”, bruciando sul filo autori di grido già affermati. A quale modello letterario si ispira? Quale l'autore che ha maggiormente influito sulla Sua formazione?”
“Non seguo alcun modello letterario né mi sono mai ispirato ad alcun autore. Anzi, Le dirò, ho sempre evitato con cura la lettura di opere di quelli che vanno per la maggiore proprio per proteggere la mia vena originaria da ogni pericolo d'inquinamento. Ed oggi posso dire di essere un “unicum” nel panorama letterario non solo nazionale ma anche mondiale perchè nessuno, prima di me, ha scritto come scrivo io. Anche se non escludo che, dopo di me, possano venire altri che, per la mania di avere dei modelli, si mettano ad imitarmi, definendosi magari “ravettiani”.
“Ma come è possibile? Una qualche influenza l'avranno pure esercitata su di Lei gli autori che, per arrivare alla laurea, ha dovuto, obbligatoriamente, leggere!”.
“Le dirò, la mia è stata una battaglia dura, ma l'ho vinta, ed i risultati confermano che è stato bene averla combattuta. Senta, Lei ha mai preso l'olio di ricino? Io ricordo ancora quando, da bambino, mi toccava talora ingurgitare quella disgustosa medicina oggi, per fortuna, quasi del tutto negletta.
Ricordo lo sforzo immane per far sì che il liquido nauseabondo passasse per il cavo orale senza che le papille gustative entrassero in azione e ne rivelassero l'orrendo sapore. Era una tecnica che con il tempo avevo perfezionata cosicchè l'intruglio scorreva dalla bocca nello stomaco leggero,  insapore, evitandomi nausea e disgusto.
Ebbene, la mia carriera scolastica è stata una lunga, continua lotta contro tutto quanto potesse attentare alla mia originalità, alla mia innata purezza d'espressione: ed è così che ho potuto restare ed essere  l'unico, intatto, scrittore “naif” della letteratura italiana contemporanea”.
“Ma se Lei non ha fatto altro  che “schifare” i maestri della letteratura, come ha fatto a laurearsi in lettere, per giunta, a pieni voti?”.
“Glielo ripeto, è stata dura. Una battaglia sottile fatta di sotterfugi, di finzioni, di equivoci. I miei temi ottenevano i voti migliori, erano letti nelle classi a mo' d'esempio suscitando l'ammirato stupore degli insegnanti  i quali non riuscivano a capire che li stavo prendendo in giro  fingendo ammirazione per ciò che invece detestavo. Ed io, nel mio intimo, soffocavo le risa perchè tutto quanto scrivevo era un falso, non era ciò che sentivo, ma quanto dovevo scrivere per prendere un bel voto: se, infatti, avessi scritto quanto in effetti pensavo in cuor mio, mi avrebbero cacciato. Se poi avessi fatto i miei temi con lo stesso stile con cui ho vinto il “Prealpi”, la laurea me la sarei sognata”.
“Mi chiarisca meglio il discorso dell'olio di ricino”.
“Come Le dicevo, ero riuscito ad ingurgitarlo facendolo scorrere abilmente in gola senza che lasciasse traccia alcuna del suo passaggio. Allo stesso modo, ho saputo sorbirmi anni ed anni di Omero, di Dante, di Ariosto, di Boccaccio, di Tasso, Petrarca, Manzoni, D'Annunzio, Pascoli, Carducci e così via, senza che nulla di essi mi rimanesse appiccicato al cervello, senza che essi riuscissero a turbare la mia vena, ad influenzare il mio stile, ad inquinare la mia originalità. Insomma, caro Fanni, per non essere plagiato: ed ancor oggi evito con cura tutto  quanto sa di letteratura che  considero un attentato alla mia autenticità”.
“Ma qualcosa leggerà pure...”.
“Si, i fumetti: quelli, almeno, non inquinano”.
     

UNA TERZA VIA PER I RIFORNIMENTI AGLI INGLESI IN EGITTO

Dalla “Storia della seconda guerra mondiale” di Churchill emerge che due erano le vie possibili per far arrivare i rifornimenti agli inglesi impegnati in Africa settentrionale contro gli italiani.
La prima, l'attraversamento di tutto il mar Mediterraneo partendo da Gibilterra, da ovest a est, era considerata estremanente pericolosa per il predominio in quel periodo della Marina Militare italiana nel Mediterraneo dopo la resa della Francia che aveva resa inutilizzabile la sua potente flotta relegandola inattiva nei porti.
Si ricorse allora ad una seconda via, sicura ma estremamente più lunga: la rotta verso il sud in Atlantico con il superamento del Capo di buona speranza e la successiva risalita del continente africano nell'Oceano Indiano fino in Egitto.
Ma stante l'eccessiva lunghezza e la necessità di ridurre i lunghi tempi conseguenti, gli inglesi studiarono una terza via a ciò dedicata: una specie di scorciatoia della rotta del Capo che partiva da circa la metà del continente africano evitando in tal modo di doverlo aggirare tutto.
Per sovvenire alla pressante richiesta di aerei proveniente dall'Egitto, essi costituirono quindi una base presso il porto di Takoradi nel Ghana ove gli aerei pervenuti via mare smontati ed in casse erano riassemblati e fatti proseguire per il nord.
Partiti da Takoradi gli aerei facevano tappa nel nord della Nigeria a Kano, quindi proseguivano per Khartum nel Sudan per poi raggiungere con un ultimo balzo il Cairo.
La stessa rotta era seguita da altri velivoli sbarcati da portaerei inglesi a Takoradi e fatti proseguire per il nord.
Nel periodo che va dal 21 agosto 1940 alla fine di quell'anno 107 aerei provenienti da Takoradi erano arrivati in Egitto.
Ma le difficoltà degli inglesi per realizzare questa terza via non erano mancate.
Anzitutto, gli specialisti inviati in gran fretta per realizzare officine, capannoni e le relative attrezzature, nonché, lungo la rotta verso il nord-Africa, le stazioni di rifornimento e di riposo per i piloti, furono tormentati dal clima torrido e dalla malaria.
Oltre a ciò, gli aerei giungevano sul luogo di impiego, in Egitto, “debilitati” dal lungo volo di 3700 miglia prevalentemente sopra varie distese desertiche compromettendo la loro funzionalità bellica mentre, scrive Churchill, “il numero di aeroplani inservibili, in attesa di parti di ricambio lungo la rotta, andava sempre più aumentando”.
Si ritiene pertanto che allorchè gli inglesi aumentarono la loro potenza navale nel Mediterraneo con la conseguente possibilità di far pervenire per questa via i rifornimenti ai loro militari in Egitto, questa terza via, assai difficoltosa, si potrebbe dire di fortuna, sia stata gradualmente abbandonata.
Giovanni Zannini


lunedì 21 settembre 2015

LA LUNGA STRADA DEI RIFORNIMENTI AGLI INGLESI IN EGITTO

E' sempre interessante osservare la seconda guerra mondiale vista dalla parte dei nemici dell'Italia, in particolare con gli occhi di Winston Churchill, uno dei principali protagonisti di quel conflitto, che nella sua monumentale opera “La seconda guerra mondiale” (che gli valse il Premio Oscar per la letteratura nel 1953) ne rievoca le vicende.
In particolare, val la pena rievocare quelle avvenute sul fronte dell'Africa settentrionale subito dopo l'entrata in guerra dell'Italia, il 10 giugno 940, contro la Francia e Inghilterra, quali raccontati dall'autore, senza commento alcuno da parte nostra sulla loro credibilità peraltro alta attestata dal riconoscimento dell'autorevole consesso internazionale.
Secondo l'autore al momento dell'entrata in guerra l'Italia disponeva di una quindicina di divisioni con 215.000 uomini, contro una forza inglese di circa 50.000 uomini destinati a difendere l'Egitto dalla prevista offensiva italiana; oltre a ciò, gli italiani disponevano della superiorità aerea.
Forte di questa superiorità, Mussolini vorrebbe passare subito all'attacco per conquistare l'Egitto, ma Graziani, comandante in Africa settentrionale, tergiversa: lo preoccupano i rifornimenti (acqua soprattutto!) una volta allontanatosi dalle basi di partenza in Cirenaica. Mussolini critica aspramente Graziani: “Non bisogna affidare incarichi a coloro che non hanno almeno un grado da conquistare. Graziani ne ha troppi da perdere” si legge nel diario di Ciano riportato da Churchill.
Alla fine, però, “molto di controvoglia” (scrive Ciano) il generale cede ed il 13 settembre ordina l'avanzata, il confine egiziano è superato, Sidi Barrani conquistata.
Il successo iniziale rallegra Mussolini che se ne attribuisce il merito. Gli inglesi arretrano combattendo e, abbandonata Sollum, si concentrano su Marsa Matruh preparandosi ad una battaglia disperata per arrestare le sovrastanti forze italiane: ma, insperatamente, Graziani si ferma sulle posizioni conquistate.
Gli inglesi, prevedendo che prima o poi gli italiani proseguiranno nell'avanzata che avrebbe fatalmente portato, data la sproporzione delle forze in campo, alla perdita dell'Egitto, chiedono con urgenza a Londra l'invio di rinforzi. Nonostante il pericolo sempre incombente di una invasione tedesca sull'isola britannica, il Gabinetto di Guerra inglese prende la coraggiosa decisione di ridurre le difese metropolitane a favore del fronte nordafricano inviando colà quasi la metà dei propri migliori carri armati destinati alla difesa della madrepatria.
Presa questa audace decisione, si pone il problema del loro trasporto dall'Inghilterra in Africa ed i punti di vista divergono.
L'Ammiragliato è fermamente deciso a far pervenire gli aiuti per la cosiddetta “rotta del Capo”, ossia circumnavigando l'intero continente africano, ritenendo troppo pericoloso l'attraversamento dell'intero mare Mediterraneo (ove gli italiani, dopo la resa dei francesi e quindi della loro potente flotta, sono divenuti la forza maggiore) da occidente a oriente.
Churchill è di parere opposto ed insiste affinchè i preziosi carri armati giungano in Egitto attraverso la “scorciatoia” del Mare Mediterraneo: il pericolo che gli italiani riprendano l'offensiva verso il
Delta egiziano è sempre incombente, e se decidessero di farlo ora la possibilità di fermarli, data l'attuale evidente stato d'inferiorità sarebbe nulla. Egli ritiene dunque che valga la pena di correre il rischio della rotta del Mediterraneo di fronte a quello assai maggiore di una completa sconfitta in Africa settentrionale che avrebbe portato gli italiani a conquistare l'intero Egitto.
Churchill sosteneva che se il convoglio con i preziosi aiuti avesse percorso la “scorciatoia” del Mediterraneo sarebbe giunto al porto di Alessandria verso il 15 settembre: se, invece, avesse intrapreso la “rotta del Capo”, sarebbe arrivato circa tre settimane dopo.
Senza contare che nel frattempo, inutilizzati in mare, essi non avrebbe giovato né alla difesa dell'Inghilterra né agli inglesi asserragliati a Marsa Matruh.
Ma l'Ammiragliato inglese è irremovibile ed il convoglio con il prezioso carico si avvia a tutta forza sulla lunga rotta del Capo di Buona Speranza.
Giungerà in tempo prima che Graziani decida di riprendere la marcia che avrebbe quasi certamente portato alla conquista dell'intero Egitto?
Graziani non si muove: forse, si chiede Churchill, attende l'arrivo di forze tedesche:”..ed in tal caso i tedeschi afferreranno con mani sempre più salde la macchina bellica italiana, ed allora il quadro sarà ben diverso”. Una dura considerazione che a noi italiani non fa certo piacere...
Per cui, arrivati finalmente i rinforzi dalla rotta del Capo, gli inglesi così rinvigoriti, invece di attendere l'iniziativa avversaria impegnandosi in una battaglia esclusivamente difensiva per poi contrattaccare, decidono di prevenire le mosse avversarie ed il 6 dicembre 1940, da Marsa Matruh passano essi stessi all'attacco con un esito devastante per gli italiani.
Cadono Sidi Barrani, Sollum, Bardia ed il 22 gennaio 1941 gli inglesi conquistano Tobruch ove arrestano la vittoriosa offensiva.
Scrive Churchill:”La grande armata italiana che aveva parzialmente invaso e sperato di conquistare l'Egitto, non esisteva più come forza militare e soltanto le imperiose difficoltà della distanza e dei rifornimenti (le stesse che avevano indotto gli italiani ad interrompere la propria avanzata a Sidi Barrani – n.d.a.) ostacolavano il proseguimento indefinito dell'avanzata britannica a occidente”.

Fin qui Churchill, e noi ci chiediamo, col senno di poi, quale sarebbe stato l'esito della battaglia in Africa settentrionale se Graziani fosse passato all'attacco prima dell'arrivo dei rinforzi dalla “rotta del Capo”.
Noi ora apprendiamo da Churchill lo stato di grave inferiorità in cui si trovavano gli inglesi di fronte all'offensiva italiana del settembre 1940 e possiamo dedurne che il suo proseguimento, ove Graziani si fosse assicurato i rifornimenti prima di partire all'attacco come impostogli da Mussolini, avrebbe sicuramente portato alla conquista dell' Egitto con conseguenze inimmaginabili sulla sorte dell'intero conflitto.
Da tutto quanto sopra emerge che non si può considerare, come molti affermano, il gen.Graziani responsabile dell'accaduto.
Al momento dell'entrata in guerra dell'Italia egli aveva chiaramente dichiarato di non essere ancora pronto a scatenare un'offensiva contro gli inglesi per la conquista dell'Egitto: ed è pensabile che egli si stesse preoccupando di risolvere i difficilissimi problemi relativi ai rifornimenti (acqua, soprattutto!) in terra africana, prima di farlo.
Fu invece Mussolini a spingerlo, anche con minacce (diario di Ciano: “... se non attacca per lunedì sarà sostituito”) che lo costrinsero ad obbedire con le note conseguenze.
Ecco un ulteriore errore da addebitare allo stratega Mussolini.


                                                                                                      Giovanni Zannini

venerdì 11 settembre 2015

LA PETACCI FU VIOLENTATA?

L'ottima ricostruzione delle “Ultime ore di Mussolini” scritta dal direttore Marco Delpino sul recente numero di agosto della rivista “Bacherontius” offre l'occasione per affrontare un argomento assai delicato ed estremamente imbarazzante che tratteremo nella maniera meno scabrosa possibile.
Riguarda il dubbio già avanzato da molti circa una possibile violenza sessuale subita dall'amante di Mussolini nelle ore precedenti la sua uccisione.
Da parte sua Delpino scrive che Giorgio Pisanò, il noto storico di parte fascista gli “”...raccontò d'aver successivamente scoperto...che Claretta Petacci sarebbe stata violentata da alcuni partigiani tra cui un tal “Capitano Roma”...””.
Così prosegue la ricostruzione di Pisanò:””...Il duce viene trascinato con forza giù dalle scale e portato nel cortile dei De Maria. La Petacci, che nel frattempo s'è affacciata alla finestra d'una stanza, grida:”Aiuto! Aiutateci!”, ma in quello stesso istante qualcuno l'afferra con forza facendola rientrare””.
Le invocazioni disperate di aiuto della donna sono confermate da una testimone, Dorina Mazzola, all'epoca diciannovenne che dalla propria casa distante circa 100 metri da quella dei De Maria che aveva ospitato Mussolini e la sua amante, riferì del trambusto osservato nella casa vicina.
Ma cosa accadde veramente a quella donna che invocava disperatamente aiuto?
L'ipotesi che nella camera in cui la signora Petacci e Mussolini avevano trascorso la notte si sia verificato un atto di violenza sessuale contro la donna, è a tutt'oggi dubbia e oggetto di dibattito.
Tenuto conto della drammaticità del momento che lasciava la donna in balia di uomini eccitati dalla consapevolezza del momento storico che stavano vivendo, carichi di odio verso il duce e colei che per anni ne era stata l'amante può fondare l'ipotesi che il fatto vergognoso si sia effettivamente verificato.
Ma il dubbio può essere superato da un particolare macabro che potrebbe portare ad avallare l'ipotesi della violenza.
Piazzale Loreto: è in corso l'episodio che tanto ha nuociuto alla nobiltà della Resistenza antifascista.
I cadaveri di Mussolini, della signora Petacci e di altri gerarchi giacciono sul piazzale antistante un vecchio distributore di benzina in disuso.
La folla imbestialita insulta i cadaveri, li copre di sputi, li calpesta, li prende a calci.
Per evitare che essi siano ridotti in poltiglia, si decide di appenderli per le gambe, a testa in giù, alla struttura del vecchio distributore, così la gente potrà continuare a vederli e insultarli, ma si eviterà la completa distruzione dei corpi.
A questo punto la gonna dell'abito della signora Petacci si rovescia lasciando scoperto il pube privo di indumento intimo.
Per por fine alla macabra esibizione, e per eliminare almeno questo sconcio, la mano pietosa di un frate unisce con uno spillone i lembi della gonna coprendo in tal modo l'addome della donna.
A questo punto la domanda: è possibile che una signora, vestendosi, ometta di indossare l'indumento intimo destinato a coprire la parte inferiore del proprio corpo? E' questo un movimento istintivo che, pur nelle tragiche circostanze che stava vivendo, con quasi assoluta certezza la signora Petacci, lasciato il letto, ha effettuato.
E allora? Come si spiega che l'esposizione di Piazzale Loreto ne abbia attestato l'assenza?
Non può essere questa la prova che qualcuno, imbestialito dalla vita del guerrigliero, eccitato dall'insperata fortuna della cattura di un uomo tristemente famoso, e, perchè no, dall'indubbia avvenenza della donna, abbia strappato il delicato indumento per compiere l'abominevole gesto?
Non si pretende certamente di aver sciolto il dubbio che la signora Petacci, prima di morire, sia stata vittima di violenza sessuale.
Ma la circostanza sopra evidenziata, basata su di un elemento obbiettivo che supera ipotesi solo verbalmente affermate da Giorgio Pisanò, pare propendere per l'ipotesi che la deprecabile violenza, si sia, in effetti, verificata. Giovanni Zannini



mercoledì 9 settembre 2015

LA PITTURA GENERATIVA DI MAURIZIO TURLON

Il progetto generativo portato avanti dal Politecnico di Milano nasce dalla volontà di indagare ed ampliare i campi della creatività umana non conseguibili ai giorni nostri senza l'utilizzo di strumenti informatici.
Questo progetto comprende l'arte generativa che è un'espressione creativa necessariamente mediata da un codice (software generativo) risultato di un processo a cui contribuiscono, con diversi gradi di autonomia, artista e sistemi non umani che si propongono di rappresentare (con forme, colori, suoni...) strutture complesse originate da differenti esperienze formative. In tal modo è possibile realizzare una delle modalità espressive più adatte per coniugare il rapporto fra arte e scienza.
Maurizio Turlon padovano laureato in fisica all'Università patavina, già insegnante di matematica e fisica nei licei cittadini, è l'alfiere a Padova di questo tipo di pittura che consente di creare e visualizzare forme definite in spazi di varie dimensioni.
Per rendere esplicita e comprensiva la pittura generativa egli parte dalla considerazione che l'arte e la scienza che originariamente convivevano utilizzando gli stessi principi e le stesse regole (ricordiamo personaggi famosi contemporaneamente artisti e scienziati) si sono nel tempo divaricati, ma solo apparentemente. Si pensi, per fare un esempio, ad un albero che dietro la triplicità della chioma, del tronco e delle radici presenta caratteristiche equivalenti alle strutture di un fiume (fonte, percorso, foce) convergenti con le risultanze ispirate dal concetto fisico-matematico detto “dipolo”.
Da qui, utilizzando migliaia di programmi frutto di una vita di studio e di passione per le discipline scientifiche, Turlon ha trovato il modo di esprimere la propria creatività agendo sulla sua magica tastiera così come il comune pittore creando fantastiche composizioni che, associate a impulsi fisico sonori, emettono suoni riconducibili ai più vari generi musicali.
Nella recente mostra “Momart Art Exibition” presso l'ex macello di via Cornaro, Turlon ha presentato sue opere stampate su tela con forme e colori sin qui mai realizzati che hanno suscitato l'interesse dei visitatori: un viaggio intrigante tra vista, udito e mente.


Giovanni Zannini