mercoledì 3 febbraio 2016

SPERIAMO CI PENSI PAPA FRANCESCO

La relazione finale del  recente Sinodo dei Vescovi sulla Famiglia ha saputo dare risposta a molte questioni assai dibattute in ambito cattolico, ma ha lasciato delusi quanti attendevano, finalmente, una parola chiara a proposito della morale sessuale nel matrimonio. 
Un’esigenza avvertita da una voce autorevole quale Giuseppe Trentin il quale ha nei mesi scorsi ripetutamente trattato l’argomento sulla “Difesa del Popolo”, l’autorevole settimanale della Diocesi di Padova.
L’1 febbraio 2015 sotto il titolo ”Dio ti dà i mezzi, da genitore sii responsabile”, egli auspicava che il Papa o i padri sinodali riprendano i contenuti della “Humanae vitae”, l’enciclica  di Paolo VI, chiarendo alcuni punti controversi  sulla procreazione e li attualizzino. Riportava l’interrogativo  di quanti si chiedono:” Perché mai, in una situazione di conflitto fra esigenze dell’amore e procreazione responsabile chi adotta metodi diversi da quelli indicati è da ritenersi  cattivo, poco generoso, non  aperto alla vita?”. E concludeva:” L’auspicio è pertanto che il Papa o i padri sinodali…aiutino i coniugi a ritrovare quella serenità di coscienza che permetta loro di non sentirsi in colpa se in determinate circostanze ritengono di dover adottare metodi e comportamenti diversi da quelli indicati da un’Enciclica che per molti versi è senz’altro molto bella e profetica, ma per altri è difficile e controversa”.    
Il successivo 6 settembre egli rileva poi “che qualcuno,  in riferimento ad una divaricazione sempre più ampia e profonda  fra dottrina della Chiesa  in materia di sessualità, e comportamenti personali,  ha parlato di scisma sommerso”, evidente riferimento all’opera “Lo scisma sommerso” di Pietro Prini – autorevole filosofo d’ispirazione cattolica morto nel 2008 - pubblicata da Garzanti nel 2002, che così ampio dibattito ha suscitato.
Sullo stesso argomento nel numero del 19 luglio 2015 sempre della “Difesa del popolo” evidentemente interessata all’argomento, con il titolo “E’ ora di prendere delle decisioni”, Gianpaolo Dianin, docente di teologia morale,  rilevava che nell’”Instrumentum laboris” preparatore  del Sinodo di ottobre “non è molto sviluppata la problematica  della contraccezione che, non possiamo negarlo,  è un tema che vede la maggioranza dei cristiani lontani dalle indicazioni della chiesa”.
Ebbene, di fronte a tanta attesa la  relazione finale del Sinodo, al punto 63 – “La responsabilità generativa” votata  con 237 voti a favore e 21 contrari - non fa che confermare la dottrina ufficiale della Chiesa in materia di contraccezione consentendo solo il ricorso  ai metodi fondati sui “ritmi naturali di fecondità” sempre sostenuti dal Card.Elio Sgreccia.
Senza tener conto che due specialisti padovani in materia, il  Prof.Paolo Benciolini e la moglie Luisa, che per diverso tempo si sono sforzati di diffondere tale metodologia in un consultorio familiare, sostengono ora (v. “La Difesa del popolo” dell’ 8 febbraio scorso) non solo che “sarà opportuno riesaminare con attenzione la validità scientifica dei  metodi di regolazione naturale della fertilità,  ma anche, soprattutto, la loro applicabilità  nelle concrete situazioni  della vita coniugale”.
 Aggiungendo che il ricorso a tale metodologia “è diventato per alcune coppie fonte di tensione e di disarmonia talora addirittura sfociate in separazioni e divorzi”. E allora?     
Maurizio Patriciello (che è  sacerdote e parroco) su “Avvenire” del 22 gennaio scorso interpreta la nota frase del Santo Padre  – “Essere cattolico non vuol dire fare figli come conigli” e, aggiungiamo noi, il caso, che ha suscitato la sua disapprovazione,  di una donna con sette parti cesarei che attendeva  l’ottavo figlio  - come apertura verso la contraccezione nel matrimonio.
Quanti condividono il suo pensiero si augurano che, tenuto conto della necessità di “formulare nuove norme di comportamento, di tracciare strade e percorsi più articolati  e rispondenti al bene concreto e possibile delle persone e della società in cui viviamo” (Giuseppe Trentin su “La Difesa” del 6 settembre scorso), il Santo Padre nella sua attesa ”Relazione postsinodale” pronunci parole chiare in materia di contraccezione nel matrimonio capaci, per concludere con Maurizio Patriciello (v. sopra) “di far scendere la pace nei cuori di tanti sinceri credenti tormentati e dei loro parroci”.   
                                                                                                    Giovanni Zannini

             

CARDUCCI E LA SPEDIZIONE DI GARIBALDI IN FRANCIA

Giosuè Carducci rievoca la spedizione di Garibaldi in Francia con un suo articolo del 21 gennaio 1872 pubblicato su “Prose di Giosuè Carducci” edito dalla Nicolo Zanichelli di Bologna nel 1905.
Con il suo stile classicheggiante ed epico ricco di riferimenti storici e leggendari,  l'autore risponde anzitutto a coloro che si erano stupiti dell'accorrere  dell'Eroe in soccorso delle giovane repubblica francese in pericolo, dopo la sconfitta di Sedan, di fronte all'avanzata dell'esercito prussiano.
Ma come, si chiedevano costoro, Garibaldi che “sotto le mura di Roma tante volte  disfrenò l'invitto animo  e la spada e il cavallo  nel fitto delle legioni francesi..., va a combattere in carrozza per la Francia...” anzichè compiacersi “che cotesta superba e vana gente sia ridotta all'impotenza di nuocere , d'impedire, d'immischiarsi, d'imporre?”. 
Perchè va a combattere i prussiani che con la loro vittoria, vendicavano, sia pure involontariamente,  i numerosi torti a lui arrecati dai francesi,  da Mentana a Roma?
Così, risponde Carducci, avrebbe pensato “chi ha la passione dei piccoli avvenimenti, il rancore dei fatti singoli e staccati”, ma non chi, come Lui, “uomo di stato”, ha “il dolce e freddo occhio aquilino...di chi vede per entro i destini delle nazioni”.
Ecco dunque perchè Garibaldi accorse in Francia nel 1870.
Perchè vedeva  il pericolo che  l'ideale repubblicano a lui caro allora incarnato dalla Francia donde “la libertà e la filosofia avean preso le  mosse”, potesse soccombere di fronte all'imperatore Guglielmo; e che “l' elemento germanico dopo Sadowa  e Sèdan tende  naturalmente a dilagare ; intende forse a soprafffare”. Perchè,  scrive Carducci, interpretando il pensiero di Garibaldi, “con principi e con imperatori non facciamo fidanza”.
Non solo: ma anche perchè egli vedeva  in pericolo “l'ideale della confederazione, morale e ideale per ora, delle genti latine,  sorelle nella lingua, nelle tradizioni, nelle istituzioni, nell'arte”, quell' ideale che fa di Garibaldi il precursore dell' Unione Europea realizzatasi quasi un secolo dopo (e che taluno, criminalmente, vorrebbe oggi mettere in discussione).    
Fin qui, dunque, i motivi che hanno indotto Garibaldi all'intervento.
Ma lo scritto carducciano è ricco anche di altri accenni  interessanti.
Allorchè, ad esempio, ci si  chiede perchè “egli va a combattere in carrozza per la Francia”.
E' chiaro il riferimento al pessimo stato di salute dell' Eroe ormai sessantatreenne, colpito da una grave forma di artrite, il quale, per ispezionare  il fronte a lui affidato,  si faceva trasportare in carrozza finchè le strade lo consentivano, per poi essere trasferito su di una “letiga” condotta da due portantini allorchè il terreno si faceva accidentato.
Come pure quando Carducci non manca di manifestare il suo acceso anticlericalismo affermando di ammirare il popolo tedesco auspicando che un domani (purtroppo, sembra dire, non oggi) il suo “dio Thor  risorga con il suo gigantesco martello di ferro e picchi di santa ragione sulle chiese e le torri, carceri della vecchia Europa: oh che colpi meneranno i nipoti di Sigfrido! Si, tu diverrai un giorno come Sigfrido e ucciderai l'abominevole drago”, ossia, è chiaro, il Papa.
Ancora, allorchè afferma che i giovani italiani accorsi in Francia chiedevano ai francesi “lasciateci morire e vincere per voi”, chiaro accenno alla tiepidezza (ed in qualche caso, aperta ostilità) manifestata dai Francesi ai volontari accorsi in loro difesa allorchè facevano capire, con una certa boria,  che nessuno li aveva chiamati e che erano in grado di farcela da soli, .
Lo scritto carducciano si conclude con un forte, commosso saluto a Giorgio Imbriani “amico e fratello nostro, ricordanza acerbissima e onorata sempre”  dei giorni più belli trascorsi a Bologna,
caduto in Francia nelle gloriose giornate del 21, 22 e 23 gennaio 1871 davanti a Digione.
Saluto che Carducci  nuovamente invia il 19 novembre 1876,  in occasione della commemorazione di Goffredo Mameli, a Imbriani ed a Ferraris ( Adamo Ferraris, fratello del grande scienziato Galileo – v. il mio “Adamo Ferraris il  medico di Garibaldi”)  “cavalieri antichi nella spedizione dei Vosgi”, la montagna di Francia che diede il nome all’esercito di Garibaldi.
                                                                                                  Giovanni Zannini