martedì 14 novembre 2017

TRACCE NEL MONDO DI PRIGIONIERI DI GUERRA ITALIANI

Alcuni prigionieri di guerra italiani nei campi di detenzione in Inghilterra e negli Stati uniti hanno lasciato traccia del loro forzato soggiorno con chiese da loro costruite tuttora esistenti.
Prova evidente di come, in determinate situazioni drammatiche, l'uomo, per alleviate le prove cui è sottoposto, trovi conforto nella spiritualità e trovi rifugio nella religione.
Il primo caso è costituito da una cappella esistente nell'isola di Lamb Holm, nell'arcipelago delle Orcadi, a nord della Scozia, che costituisce una meta molto pubblicizzata specie per i turisti delle crocere che fanno tappa nel vicino porto di Kirkwall.
Essa fu costruita nel 1943 da un gruppo di militari italiani catturati dagli inglesi in Africa settentrionale e smistati nel Campo 60 sulla piccola isola delle Orcadi.
I prigionieri furono utilizzati per costruire le “Churchill Barriers”, una serie di dighe (oggi servono come comode strade di collegamente fra le isole dell'arcipelago) destinate a sbarrare gli accessi alla base navale della “Home Fleet” nella baia di Scapa Flow dopo che era stata violata dall'audace incursione di un sommergibile tedesco che aveva affondato la corazzata “HMS Royal Oak” con 800 membri del suo equipaggio.
Nel poco tempo libero lasciato dal lavoro, gli italiani guidati da Domenico Ciocchetti, un pittore di Moena, riuscirono a costruire, grazie alla benevolenza del comandante il campo e con l'attiva collaborazione del Cappellano Militare padre Giacobazzi, la Cappella, impegnandosi, con genialità tutta italiana, ad utilizzare il materiale di scarto per la costruzione delle barriere.
Il risultato fu molto felice, e la piccola costruzione abbellita dalle pitture del Ciocchetti, è tuttora in piedi, perfettamente accudita da un comitato che mantiene tuttora cordiali contatti con Moena, patria del generoso valente suo figlio, e ammirata da più di centomila visitatori ogni anno.

Altra traccia lasciata da prigionieri italiani all'estero è costituita da una chiesa costruita negli Stati Uniti nel campo di prigionia di Letterkenny presso Chammersburg in Pennsylvania che ospitò parte dei 51.000 militari italiani fatti prigionieri dagli inglesi nel 1943 in Africa settentrionale.
Ma allo scopo di liberarsi delle migliaia di prigionieri che intasavano le linee alleate creando difficoltà alle manovre militari in atto – problema non nuovo ed impellente per gli alti comandi - essi li cedettero agli americani che li trasferirono negli Stati Unititi ove quanti accettarono – la maggioranza - di “cooperare” con le autorità americane furono sottoposti ad un regime detentivo molto umanitario.
Il prigioniero Aldo Lorenzi, bersagliere, nativo di Mozzecane in provincia di Verona, rilevata la mancanza nel campo di un luogo ove i prigionieri potessero coltivare il proprio desiderio di spiritualità, ottenne il permesso di costruire una chiesa.
Con materiale di recupero scovato ovunque con fantasia del tutto latina, una trentina di prigionieri, muratori e falegnami, riuscirono a costruire nell'incredibie tempo di 50 giorni (così si legge nelle sue memorie) di entusiastico lavoro “una stupenda chiesa in puro stile italiano”.
Benedetta da mons. Amleto Cicognani – alto rappresentante, all'epoca, del Vaticano negli USA – che vi celebrò la prima Messa, fu denominata “Chiesa della Pace” per celebrare la fine della guerra in Europa, ed è entrata nel patrimonio storico della II Guerra Mondiale negli USA.

Padova 14.11.2017                                                                          Giovanni Zannini

Le notizie sulla chiesa di Letterkenny provengono dalle ricerche di Aldo Ramazzotti citata da un
articolo di Giovanni Rosa sul Corriere della Sera dello scorso 16 aprile, e del prof.Flavio Giovanni Conti storico ed autore di libri sui prigionieri di guerra italiani negli Stati Uniti.


mercoledì 8 novembre 2017

EL BAU'CO - Racconto

Un mattino della primavera 1945 era arrivata una compagnia di alpenjager tedeschi in ritirata. Grande lo spavento delle donne e dei vecchi, gli unici rimasti in paese: gli altri, i giovani, i “renitenti alla leva”, alla coscrizione obbligatoria emanata dalla Repubblica Sociale di Mussolini, rifugiati nella montagna circostante con i partigiani.
Il comandante, un capitano, si era installato con gli ufficiali nella “Trattoria con alloggio al Bersagliere”, la truppa si era attendata nella radura circostante il paese.
Tutta gente, sia il comandante che i suoi uomini, stanchi di violenza e di lotta, desiderosa solo di una breve pausa prima di riprendere il cammino verso un futuro che si faceva ogni giorno più oscuro.
Così la giornata era trascorsa tranquilla, i soldati ne avevano approfittato per lavare se stessi ed i loro panni nel torrentello che scorreva vicino al paese e vi fu anche qualche donna che offrì loro un po' di pane fresco o un bicchiere di vino, mica per “intelligenza” col nemico, che era sempre tale, ma per pietà per qualcuno di quei ragazzi che di anni potevano averne diciotto o poco di più, e che erano anche loro figli di mamma.
La notte passa senza intoppi, ma l'indomani è la tragedia.
Nel bosco hanno trovato un giovane tedesco con la testa fracassata da una violenta legnata: si era evidentemente allontanato per le sue necessità fisiologiche, ed ora giaceva là, in un mare di sangue, con i pantaloni ancora abbassati.
E come in uno spettacolo dalle tinte fosche, la scena muta ed è il trionfo della vendetta.
Il capitano, che sotto una maschera di freddezza, cova l'odio, emette l'ordinanza:” Un uomo dell'esercito tedesco, solo ed indifeso è stato ucciso a tradimento. Il colpevole sarà passato per le armi. Se nessuno si presenterà entro 24 ore, 10 uomini saranno fucilati e il paese incendiato”.
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Nella casera dei Segato, sulla montagna poco sopra il paese, dov'è un piccolo gruppo di partigiani c'è il finimondo.
“Ma chi è quel mona che ha combinato sto disastro” urla Jaco, studente del quarto anno di legge, che per essere “studiato”, è il capo, “bisognava aiutarli ad andarsene fuori dei piedi, questi maledetti tedeschi, e adesso, invece, li abbiamo fermati e ci ammazzano. Ecco il guadagno di aver fatto fuori un poverocristo che non desiderava altro che tornarsene a casa sua!”
E Meno, vaccaro:” Se quello salta fuori, prima che i tedeschi lo sparino, lo copo mi”.
Tutti parlano, ognuno dice la sua, la confusione è massima.
“Basta!” urla allora Jaco, “qui il tempo passa e bisogna prendere una decisione. Se il colpevole è tra noi, se è un uomo, si faccia avanti e poi si presenti ai tedeschi”.
E' il gelo: alla confusione è subentrato un silenzio irreale. Tutti si guardano l'un l'altro, con sospetto.
Nessuno si muove.
Il silenzio lungo, interminabile, è alla fine rotto da Jaco:” Allora tra noi c'è un vigliacco. Ma adesso, cosa facciamo? Lasciamo morire i nostri padri e i nostri nonni? Facciamo bruciare le nostre case?”.
La bagarre riprende: tutti dicono la loro,ma non se ne cava nulla. E il tempo passa.
Si alza il Cecon, sensale di dubbia fama, perchè alcuni ricordavano , fra l'altro, di quella volta che aveva fatto comperare al Nane una vacca garantendo che era “sana de fià” mentre non lo era affatto, e il mese dopo morì: ”Siamo in guerra” dice “ La guerra cancella la differenza fra il bene e il male. Quella che in pace è una cattiva azione, in guerra può diventar buona. Occorre scegliere il male minore “.
“E allora”, lo sollecita Jaco, “cosa vuoi dire? Qui ci vogliono proposte, non filosofia”. ,
Il Cecon esita, poi prende coraggio e sbotta:” Ghe saria el “Baùco...”.

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Era lo scemo del paese. Figlio senza padre, era stato allevato dalla madre con grandi sacrifici ma aveva ben presto manifestato un deficit intellettivo dinanzi al quale, in quei tempi tristi, non c'era che arrendersi. Era cresciuto sano di corpo, ben sviluppato, ma non ci stava con la testa. La sua malattia si aggravò con la perdita della madre che lo lasciò solo al mondo, affidato solo alla pietà dei paesani. Chi gli dava un piatto di minestra, chi gli lavava i panni, chi, quando faceva freddo, lo faceva dormire in una cuccia nel caldo della stalla, chi gli dava ogni tanto una bella strigliata perchè lui non si lavava neppure la faccia. Con il passare del tempo, un po' per la vitaccia che conduceva, un po' perchè, probabilmente, quel padre che se l'era data a gambe dopo aver ingravidato la ragazza, non doveva essere stato propriamente un gentiluomo, aveva assunto un aspetto poco raccomandabile, e la faccia coperta da una barba nera, lunga e disordinata, non prometteva nulla di buono. Ma non faceva male a una mosca. Poteva capitare, ad esempio, di trovartelo davanti, in strada, a pretendere, con aria minacciosa, “dame do schei”, ma se l'altro, che lo conosceva, gli diceva, bonario, “va là, Bauco, cori!”, lui se ne andava via tranquillamente, con la coda tra le gambe, perchè era uno scemo obbediente.
Ma chi non lo conosceva, con la faccia che aveva, avrebbe potuto prender paura.
Obbediente, ma anche troppo, perchè talora dei ragazzi senza cervello e senza cuore gli dicevano di fare delle cose come, ad esempio, la pipì sulla porta di qualche negozio o sollevare le gonne a qualche anziana signora, che gli rompeva sulla testa l'ombrellino.
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A quelle parole, nella casera ripiomba il silenzio. Prosegue il Cecon, che ha preso coraggio: ”Si, mandiamo il Baùco dai tedeschi, e facciamogli dire che è stato lui. Purtroppo, nella drammatica situazione in cui ci troviamo, dobbiamo fare una scelta: vale più l'esistenza di uno che non capisce niente, che non serve a nulla, o quella di 10 uomini che il cervello ce l'hanno, e il rischio delle nostre case in fiamme?”.
Il chiasso riprende:”No, è una vigliaccata”, “No, è come se lo ammazzassimo noi: non ci sto”, “No, non merita di essere ammazzato come un cane”, “No, non ha mai fatto male a nessuno”, “Se lo fanno fuori, ce l'avremo sulla coscienza per tutta la vita”.
Ma, lentamente, il dubbio, la paura, l'interesse, l'egoismo, l'attaccamento alla vita, prendono piede:
certo, è una cosa vile, ma è il male minore, e allora....
Jaco, il capo, taglia corto:” Votiamo e ognuno si prenda le sue responsabilità. Chi vota SI, manda il Baùco a farsi ammazzare, chi NO, lo salva”.
E ha inizio la conta, altalenante: si giunge a 15 SI e 15 NO. I votanti sono 31, quindi a decidere sulla vita del Baùco sarà l'ultimo voto, quello del Cecon, che, senza esitare, dice SI.
Quelli del NO protestano, afferrano lo sten e lo puntano minacciosamente verso gli altri, ma Jaco li ferma: è la maggioranza, ragazzi, c'è poco da protestare.
E va bene, si arrendono, ma loro il Bauco non lo manderanno mai al macello. D'accordo, dice il Cecco, ci penso io.
Scrive su di un pezzo di carta:” Il tedesco l'ho ammazzato io”, ci fa sotto uno sgorbio, lo mette in una busta, la chiude, e la consegna alla Marietta, una donna sulla cinquantina che vive con loro e fa la cuoca. Scenda al paese, gli dice il Cecon, cerchi il Baùco, e gli consegni la busta, che la porti ai tedeschi, al “Bersagliere. Gli dica che gli faranno un regalo se, ogni volta che si rivolgeranno a lui, dirà sempre si, si e solo si.
La Marietta lascia la casera e scende velocemente verso il paese.
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Le sentinelle davanti al “Bersagliere” che verso sera, fra il lusco e il brusco, vedono avvicinarsi quel brutto ceffo che non si ferma all' “alt!”, manca poco gli sparino senza tanti complimenti, ma siccome quello si agita e sventola nell'aria una busta che sembra una bandiera bianca, ci ripensano e lo portano dal comandante.
“La faccia da farabutto ce l'ha tutta” pensa il capitano, seduto ad un tavolino con altri due ufficiali e l'interprete, dopo aver letto il messaggio. Ma l'altro, che gli sta davanti, in piedi, è calmo, tranquillo, non manifesta alcun timore, ed anzi continua stranamente ad avanzare il palmo aperto della mano verso di lui, come se si aspettasse di ricevere qualcosa.
Il comandante dice all'interprete di chiedergli se è stato lui ad ammazzare il soldato nel bosco. “Si, si, si” risponde l'interrogato, proprio come gli aveva insegnato la Marietta.
Perchè lo ha fatto? Odia i tedeschi? “Si, si,si”.
E' amico dei partigiani? “Si, si, si”.
Sono stati loro a dargli l'ordine? “Si, si,si”.
A questo punto nell'ufficiale matura il dubbio: costui fa lo scemo, o lo è? Il militare appare freddo, ma la sua mente è in tumulto. Quello, se è colpevole, va punito; ma in caso contrario? Se è un disgraziato che si assume una colpa che non ha commesso? E se , come è evidente, è addirittura, un folle?
Alla fine, la soluzione che mette a posto la sua coscienza di soldato e di uomo. La confessione c'è, pensa, spontanea, nessuno gli ha fatto violenza, e non è il caso di indagare se è matto o no. Ci mancherebbe che, nei guai in cui ci troviamo, ci mettessimo a far perizie psichiatriche. Perciò quest'uomo lo devo fucilare perchè, se lo lascio libero, dal momento che nessun altro si è presentato, devo, come detto nell'ordinanza – e quando un tedesco dice una cosa, solo il Padreterno, la può cambiare - fucilare 10 uomini e poi mettermi a dar fuoco alle case, che non è affatto un bel divertimento. Perciò il male minore è di farlo fuori, andarsene al più presto da questo maledetto paese, e non pensarci più”.
Rieccolo, il “male minore”, che accomuna tedeschi e partigiani uniti, inconsciamente, da una logica crudele ma, in quel momento, ineluttabile.

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Il mattino dopo, alle 5, prendono il Baùco e lo legano a un palo mentre lui continua a dire “Si, si, si” e avanza la mano per avere il regalo. Il plotone di esecuzione spara e subito dopo l'intera compagnia, con la macchina del comandante in testa, in un rombo di motori di autocarri e di motocarrozzette che alzano un gran polverone, si mette velocemente in moto senza nemmeno badare se il Baùco che, legato al palo per la cintola, penzola in avanti, sia morto del tutto.

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Ma il tedesco, chi l'aveva ammazzato?
Non si è mai saputo, ma in paese gira voce che il Cescon , in punto di morte, abbia confessato al prete - che forse qualche mezza parola se l'era lasciata scappare – che ad accoppare il tedesco era stato lui.

Nota: Bau'co in dialetto veneto indica persona sciocca e talora ritardata intellettualmente

Padova 31 ottobre 2017 Giovanni Zannini





giovedì 19 ottobre 2017

STALINGRADO ANIMA L'OPPOSIZIONE TEDESCA AL NAZISMO

Il crollo militare germanico dopo l'epica battaglia di Stalingrado segna una tappa nell'opposizione al nazismo da parte dei tedeschi.
Gli episodi di resistenza contro la dittatura di Hitler da parte di singoli oppositori furono in Germania più numerosi di quanto possa far ritenere la fama di pedissequa obbedienza al potere da parte dei tedeschi, ma la documentazione in proposto è carente essendo riuscito lo spietato regime a distruggere le tracce dei suoi misfatti.
Che contrariamente ad una diffusa opinione, un velo di resistenza ad Hitler sia sempre esistito in Germania, lo afferma Manuel Marangoni, gestore del sito “One Mind” su Internet, che descrive gli oltre 40 attentati alla vita del dittatore, mentre Gabriella Rabottini, nel suo articolo sempre su Internet, afferma addirittura di sapere che pur in mancanza di notizie precise “i tedeschi condannati e deportati sono stati non meno di un milione, qualcuno parla di 800.000 oppositori morti...”.
Ma fu la tragedia di Stalingrado a dare agli oppositori tedeschi a Hitler una spinta più decisa e organizzata derivata proprio da ufficiali della Wehrmacht che avevano partecipato alla disperata difesa della città chiusa nella morsa dei russi.
La loro trasformazione da combattenti nella sacca (in tedesco “kessel”, calderone) di Stalingrado, a fieri oppositori di Hitler fu originata proprio dal rancore per gli ordini del dittatore che aveva
imposto la disastrosa resistenza a oltranza che portò alla disfatta ed al massacro dell'intera 6a armata tedesca segnando l'inizio del tracollo del Terzo Reich dovuta all'intransigenza del dittatore che aveva ordinato la difesa di Stalingrado fino all'ultimo uomo.
Fu così che nel luglio 1943 avvenne a Krasnogorsk, ad opera di comunisti tedeschi guidati da Walter Ulbricht (futuro capo della Germania dell'est) e da militari della Wehrmacht che avevano combattuto a Stalingrado fatti prigionieri dai russi, la fondazione del movimento “Freies Deutschland” - Germania Libera – che effettuò una decisa propaganda anti-nazista mediante la diffusione di materiale a stampa e trasmissioni radiofoniche.
Da parte sua von Paolus, lo sconfitto difensore di Stalingrado cui si addebita la cieca obbedienza agli ordini di Hitler e di non aver avuto il coraggio di assumere iniziative per evitare il disastro,
resosi conto, nella prigionia, della responsabilità del Fhurer nella distruzione della 6a armata affidata al suo comando, subì una specie di conversione che lo spinse ad aderire alla “Lega degli ufficiali tedeschi” che assieme al movimento “Freies Deutschland” incitava i tedeschi alla rivolta contro il dittatore.
La stessa “conversione”, sia detto fra parentesi, che spinse il generale Rommel a passare nelle file degli oppositori antinazisti a causa degli insensati ordini ricevuti da Hitler ai quali era stato costretto ad obbedire.
Von Paulus fu testimone dell'accusa nel processo di Norimberga e, rilasciato nel 1953, si stabilì a Dresda nella Germania dell'est ove assunse l'incarico di direttore dell'ufficio storico dell'esercito. Morì l'1 febbraio 1956 all'età di 66 anni.
E proprio sull'onda della tragedia di Stalingrado nacque in Germania nel 42/43 a Monaco “Die weisse rose” - la “Rosa Bianca” - (prenderà in un secondo tempo il nome di “Movimento di resistenza in Germania”) ispirato da un cristianesimo radicale che, in nome dei valori dell'Europa cristiana, svolse, ad opera di pochi giovani intellettuali raccolti attorno al cinquantenne prof.Kurt Huber, un'intensa attività antinazista non violenta.
Il movimento, che imputava al nazionalismo ed al centralismo del potere, di aver creato, eliminando ogni libertà, il nazionalsocialismo responsabile della guerra, auspicava uno stato tedesco federale con più centri di potere diffusi nel territorio rispettosi del principio di libertà, che impedissero l'assolutismo totalitario ed il militarismo che tante tragiche rovine stava arrecando alla Germania.
Le loro armi furono “Windlicht” (la lanterna), un piccolo foglio clandestino di opposizione al regime diffuso nell'università, la distribuzione di volantini ciclostilati e scritte murali antinaziste che inondarono i muri dell'università e della città vecchia di Monaco.
La reazione nazista fu violenta e spietata.
Furono arrestati, e poi condannati a morte per decapitazione, i fratelli Hans (24 anni) e Sophie (21) Scholl, Willi Graf (25 anni), Christoph Probst (23 anni), Alexander Schmorell (anni 25) e l'anziano prof.Huber; ma altri aderenti al movimento furono rinchiusi nelle carceri e poco si sa sulla loro sorte.
La sconfitta di Stalingrado determinò anche un episodio clamoroso che mise in chiara evidenza l'opposizione di alcuni generali tedeschi ad Hitler.
Il colonnello Claus Schenk von Stauffemberg che aveva combattuto valorosamente in Africa settentrionale riportando gravi ferite, apparteneva ad un gruppo di militari che, consapevoli dell'inevitabilità della sconfitta tedesca, congiuravano per rimuovere Hitler dal potere ed addivenire poi alla pace separata con gli alleati.
Inizialmete contrario, per scrupoli religiosi, ad un colpo di stato che implicasse l'uccisione del dittatore, si convinse, dopo la dura sconfitta di Stalingrado, che era quella l'unica via per chiudere il conflitto con il suo terribile spargimento di sangue.
Sono noti l'infelice esito dell'attentato e la fine crudele degli attentatori.

Sono questi i tedeschi che hanno purificato con il loro sangue la cieca obbedienza di troppi loro connazionali.



Padova 6-10-2017 Giovanni Zannini

MUSSOLINI L'OPPORTUNISTA

L'opportunismo fu certamente una delle molte manifestazioni caratteriali messe in risalto dalla storia a proposito della personalità del duce.
Si tratta di un'ansia di presenzialismo, del desiderio di partecipare a fatti ed avvenimenti importanti onde condividere, anche se non richiesto, le iniziative altrui e trarne beneficio a proprio vantaggio per poter poi dire: io c'ero. Anche se, come vedremo, tali iniziative non ebbero spesso successo e non servirono quindi ad ottenere l'ambita gratitudine del potente alleato tedesco.
Alcuni esempi.

A cominciare dall'attacco alla Francia allorchè essa, all'inizio della seconda guerra mondiale, stremata dall'offensiva tedesca, si trovava alle corde: la “pugnalata alla schiena” che i francesi non mancano, all'occorrenza, ancor oggi, di rimproverarci.
Nell'euforia dei successi delle armate tedesche che lasciano presagire una sicura vittoria, Mussolini vuole acquisirsi meriti che gli consentano di sedersi al tavolo dei vincitori e si affretta ad intraprendere un'offensiva sulle Alpi contro la Francia.
La “Battaglia delle Alpi Occidentali” si svolse dal 10 giugno 1940 (data della dichiarazione di guerra) al giorno 25 dello stesso mese, data della firma dell'armistizio fra Italia e Francia, in coincidenza con quello franco-tedesco.
Nonostante la superorità numerica, a causa dell'impreparazione del nostro esercito (male equipaggiato per una guerra in alta montagna – molti i congelamenti) l'offensiva italiana riuscì a scalfire solo in pochi casi le agguerrite difese avversarie ottenendo una penetrazione di pochi chilometri in territorio francese fino a Mentone.
Il costo della battaglia? 631 morti, 616 dispersi e 2.631 tra feriti e congelati, e così il duce potrà vantarsi, con il dittatore tedesco, di aver favorito, con il suo attacco, il tracollo della Francia. .

Ma il duce vuole arricchire il proprio “carnet”, e non si lascia scappare le occasioni.
Hitler, nel 1941 miete successi in Russia con la sua “Operazione Barbarossa” che lascia presumere la conquista di Mosca e la vittoria finale anche sul fronte orientale?
E Mussolini, nonostante il dissenso dei generali della Wehrmact, solo grazie alla “benevolenza” di Hitler, riesce ad inviare in Russia, ad iniziare dal luglio 1941, il CSIR (Corpo di spedizione italiano in Russia) divenuto poi ARMIR (Armata italiana in Russia), una forza di 220.000 uomini schierata sul fronte del Don che, male armati e peggio equipaggiati sono coinvolti nel fallimento dell' “Operazione Barbarossa” e costretti ad una disastrosa ritirata.
Prezzo pagato: dei 220.000 italiani partiti per la Russia, circa 100.000 non tornarono.

Un'altra ottima occasione di mettersi in mostra è offerta a Mussolini dalla “Battaglia d'Inghilterra”.
Estate 1940: i bombardieri tedeschi si accaniscono su Londra e si pensa che gli inglesi, colpiti da quella valanga di fuoco, nonostante una stoica resistenza, debbano, alla fine, crollare.
E' allora che il duce, non richiesto, chiede ai tedeschi “l'onore” di partecipare alla mattanza. Viene così costituito il C.A.I. (Corpo aereo italiano) composto da 180 velivoli tra bombardieri, caccia e ricognitori, che, dopo un travagliato trasferimento, si installa in 5 areoporti in territorio belga occupato dai tedeschi e gli viene assegnata una zona d'operazione che non comprende però Londra. Per due mesi, dall'ottobre al dicembre 1940, gli uomini del C.A.I., con aerei tecnicamente superati che i colleghi tedeschi si prestano ad adattare per l'impiego in un ambiente difficile ben diverso da quello mediterraneo, e dotazioni inadeguate (combinazioni di volo leggere – in testa, per protezione, l'elmetto della fanteria...) partecipano ad azioni di bombardamento contro porti ed altri obbiettivi militari inglesi che mettono in luce l'abnegazione degli aviatori italiani ed il loro valore in qualche caso eroico.
Ma, ciononostante, Rosario Abate, nella sua “Storia dell'areonautica italiana” - Casa Editrice Bietti Milano 1974 – scrive di “inconsistenza dei risultati ottenuti” e definisce il C.A.I. una “operazione dimostrativa di nessuna utilità pratica” per cui i suoi 34 caduti non arrecarono all'interventismo del duce beneficio alcuno.

Ma l'esibizionismo di Mussolini si mette in mostra anche nella guerra sui mari.
Richiesto, questa volta dall'alleato tedesco, di partecipare alla lotta sottomarina contro i rifornimenti americani all'Inghilterra, si affretta ad inviare tra la fine del 1940 e gli inizi del 1941, 32 dei 113 sommergibili costituenti, all'inizio della guerra, una delle maggiori, se non la maggiore, flotta subacquea esistente.
Superato il doppio ostacolo delle terribili correnti dello stretto di Gibilterra e dell'occhiuta sorveglianza della marina inglese, essi riescono a raggiungere la base denominata “Betasom” sede del comando delle forze italiane subacquee in Atlantico sorta in Francia a Bordeaux.
Gli innegabii successi ottenuti dai nostri sommergibili in Atlantico (101 navi affondate per complessive 569.000 tonnellate) furono però considerati inadeguati in confronto a quelli tedeschi e per questo 10 di essi furono fatti rientrare in Mediterraneo per scortare i convogli di rifornimenti dall'Italia ai combattenti in Africa settentrionale. Dei 26 rimasti a “Betason” 16 affondati o dispersi, ed i residui 6 trasformati, verso la fine della guerra, per la loro maggiore capienza rispetto a quelli tedeschi, in inediti “sommergibili-cargo”.
Destinati, questi, data l'impossibilità di collegamenti aeri o con navi di superfice, a raggiungere, con viaggi rocamboleschi, l'Estremo Oriente per caricare, nei porti conquistati dall'alleato Giappone, quelle materie prime necessarie all'industria bellica tedesca (come gomma, rame, stagno, cobalto, mica, lacca, tungsteno, molibdeno, volframio e simili) sempre più difficili da reperire in Europa.
Essi furono coinvolti nell'armistizio fra Italia e alleati dell'8 settembre 1943: i tre arrivati a Singapore, (“Torelli”, “Giuliani” e “Cappellini”) sequestrati dai giapponesi; i due (“Finzi” e “Bagnolini”) rimasti a “Betasom” catturati alla banchina dai tedeschi; uno (il “Cagni”), in navigazione per raggiungere Singapore, riesce a consegnarsi agli inglesi nel porto di Durban in Sud-Africa.

Questi alcuni frutti del presenzialismo mussoliniano: e c'è, ancor'oggi, chi inneggia al duce e alla marcia su Roma del 28 ottobre 1922.

Padova 19.X.2017 Giovanni Zannini



giovedì 5 ottobre 2017

QUEI TENTATIVI DI PACE SEPARATA ALLA VIGILIA DEL 25 APRILE 1943

La “Storia segreta del 25 luglio '43” di Fulvio e Gianfranco Bellini (Ed.Mursia 1996) che si inserisce nella infinita storiografia sulla fine del Fascismo in Italia, si distingue per una ricostruzione dei fatti che appare obbiettiva, supportata da ricche note e dalla citazione di interessanti documenti poco noti.
Dal libro emerge, tra l'altro, una singolare differenza di vedute fra quanti durante il secondo conflitto mondiale ad un certo punto, allorchè si resero conto che la guerra volgeva al peggio per le truppe dell'Asse Roma-Berlino, si adoperarono per trattare la pace separata con uno dei nemici, gli Angloamericani sul fronte occidentale, i Russi su quello orientale.
Fu così che nel 1943, a seguito delle gravi sconfitte culminate con la resa delle armate dell'Asse in Tunisia (13 maggio 1943) e la sconfitta tedesca nella battaglia di Stalingrado (31-1-1943) si realizzarono due diversi tentativi.
Composito il fronte favorevole a trattative di pace su fronte occidentale: fra questi, vecchi esponenti dei partiti prefascisti con a capo Ivanoe Bonomi, gerarchi come Dino Grandi, presidente della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, ed ambienti vaticani, che effettuano eguali pressioni sul re Vittorio Emanuele affinchè metta fine all'alleanza con la Germania ed inizi trattative di pace con gli Anglo-americani.
Tentativi falliti perchè ll re che non condivideva il pessimismo dei suoi interlocutori sull'esito della guerra e si dichiarava contrario a rompere l'alleanza con i tedeschi.
La pace separata con la Russia ha, invece, un convinto sostenitore proprio in Mussolini che già nel 1940, dopo la vittoria sulla Francia, aveva espresso a Hitler il suo parere contrario ad aprire un secondo fronte trovando però la netta opposizione del Fuhrer che non tenne alcun conto delle raccomandazioni dell'alleato e aprì le ostilità contro la Russia.
Ma che, contraddicendosi clamorosamente, non esitò, a seguito degli iniziali successi tedeschi (ricordate l'attacco alla Francia allorchè, invasa dai tedeschi, era allo stremo?) non esitò ad inviare sul fronte russo gli italiani dell'Armir con le nefaste conseguenze che tutti conosciamo.
Poi però, dinanzi al catastrofico negativo sviluppo della guerra, nel 1943 il Duce torna alla carica.
Con due lettere dell' 8 e 23 marzo 1943 egli propone a Hitler di “neutralizzare” la Russia con una pace separata che avrebbe consentito all'Asse di concentrare tutte le forze sul fronte occidentale e quindi di sconfiggere gli Angloamericani.
Ma invano: il dittatore nazista, nonostante la proposta italiana abbia ottenuto il consenso di alcuni generali tedeschi, tira dritto e prosegue la guerra contro la Russia.
Mussolini, allora, consapevole del pericolo imminente, accetta la proposta del Giappone, alleato nella triplice Roma-Berlino-Tokio, di intervenire presso il Fuhrer per convincerlo a fare la pace separata con la Russia: ma anche l'iniziativa nipponica – vista con sospetto dal dittatore tedesco timoroso che dietro la proposta di mediazione giapponese si nasconda chi sa quale trama - cozza contro l'ostinato rifiuto di Hitler che continua ad illudersi di poter sconfiggere le armate di Stalin.
Il 25 luglio 1943 provocherà la fine di ogni tentativo di pace separata che avrebbe forse potuto modificare l'esito dell'immane conflitto.


Padova 26-9-2017 Giovanni Zannini

martedì 22 agosto 2017

LA DIFESA ANTIAEREA NEL VENETO DURANTE LA PRIMA GUERRA MONDIALE

Le città di Venezia e Padova hanno il triste primato di essere state le città più bombardate dal cielo durante la prima guerra mondiale.
Venezia subì infatti 42 incursioni con 1029 bombe sganciate da aerei (ma anche da dirigibili) che provocarono 52 morti e 84 feriti, mentre Padova subì 19 attacchi con 912 bombe sganciate che provocarono 129 morti e 108 feriti nonché gravi danni agli edifici sia militari che civili, fra questi il Duomo e la chiesa del Carmine.
A seguito di tali incursioni fu costituito a Padova, in via Trieste n.30, il Comando della difesa antiaerea al quale fu affidato l'impegnativo incarico di creare un sistema di difesa contro quegli attacchi che costituivano, dal punto di vista bellico, una novità.
Uno dei primi provvedimenti adottati fu di difesa passiva per allertare la popolazione sull'arrivo degli incursori onde permetterle di raggiungere i piani bassi o le cantine delle abitazioni, ed alcuni rifugi ricavati nelle antiche mura cittadine che si rilevarono inadatti alla bisogna dato l'alto potenziale degli esplosivi impiegati dal nemico.
In città fu disposto il totale oscuramento notturno e per la prima volta, dal 1831, data della sua inaugurazione, il caffè Pedrocchi fu chiuso di notte.
Furono quindi create postazioni sui campanili e su alti edifici donde le vedette, avvistati gli incursori davano l'allarme con conseguenti suoni di campane, sirene e scoppio di razzi.
Successivamente si pensò ad una difesa attiva utilizzando in qualche modo le armi dell'epoca adattate alla bisogna, impiantando fortunosamente su trespoli e cavalletti rudimentali fucili, mitragliatrici ed anche cannoncini puntati verso l'alto, con quale risultato è facile immaginare. Solo più tardi, sul finire del conflitto, furono assegnati al campo d'aviazione ricavato dalla piazza d'armi, l'attuale “Allegri”, alcuni aerei da caccia.
A Venezia si scoprì che per la difesa antiaera si potevano utilizzare le “altane”, quelle caratteristiche
terrazze costituite da una piattaforma di assi di legno retta da pilastrini poste nella parte più alta degli edifici, sulle quali i veneziani salgono per ammirare il panorama della loro meravigliosa città o prendere il fresco nelle calde notti d'estate.
Ebbene, quelle amene strutture (“fastigium imbelle” - ossia pacifica vetta - si legge nella medaglia coniata per solennizzare l'avvenimento) furono trasformate, a seguito di “Norme per l'esecuzione del tiro di fucileria contro aeroplani e dirigibili” emanate nel 1917 dal Comando Supremo, in basi per la difesa antiaerea. Molte di esse furono infatti presidiate da plotoni di fucilieri che all'arrivo degli incursori aprivano contemporaneamente il fuoco creando così un “bordata”, una rosa di proiettili che aumentava la probabilità di colpire il bersaglio.
L'arma utilizzata fu soprattutto l'ottimo fucile mod.91 dotato di gittata molto lunga, adattato ad uso contraereo applicando sullo zoccolo dell'alzo ordinario una mira a tre tacche studiata per colpire i velivoli in avvicinamento, in allontanamento, e proveniente da destra o da sinistra.
Circa l'utilizzo del fucile in funzione antiaerea, si ricorda che l'aereo dell'eroico Baracca fu abbattuto sul Montello proprio dalla fucilata partita da un trincea austriaca, e, inoltre, che “fucili antiaerei”, certamente più evoluti rispetto a quelli del primo conflitto mondiale, furono utilizzati dagli inglesi anche nel secondo durante la strenua difesa di Londra contro i bombardieri tedeschi.

Padova 25-5-2017 Giovanni Zannini


LA DIFESA aerea

GALILEO FERRARIS E NIKOLA TESLA: UN CONTESO PRIMATO

L'articolo di Franco Gàbici dal titolo “Non solo Edison, l'elettricità ha un altro genio, Tesla”, apparso sul quotidiano “Avvenire” del giorno 11 del decorso mese di aprile, offre l'occasione per trattare un tema che appassionò il mondo scientifico dell'epoca. Sulla scorta della biografia di Nikola Tesla - “L'uomo che ha inventato il XX secolo” - scritta da Robert Lomas, l'articolista attribuisce senz'altro all'inventore croato la scoperta del “Campo Magnetico Rotante” che, consentendo il trasporto dell'energia elettrica (prima confinata nel luogo ove essa era prodotta), a distanza, diede un contributo essenziale allo sviluppo dell'umanità.
Per la verità l'attribuzione della sensazionale scoperta è stata oggetto di un vivace dibattito (analogo a quello in corso press' a poco negli stessi anni fra il nostro Antonio Meucci e l'americano Alexander Graham Bell a proposito del telefono) fra quanti l'attribuivano al Tesla e chi invece sosteneva che autore ne fosse l'italiano Galileo Ferraris.
Vicenda ampiamente illustrata nel capitolo “Ferraris o Tesla?” della biografia “Galileo Ferraris, una grande mente, un grande cuore” (Ed. PIEMME – 1997) stesa dal sottoscritto sulla scorta di documenti originali.
Un pregevole studio dell'ing.Giovanni Silva, già direttore dell'associazione che raggruppava le imprese elettriche italiane d' iniziativa privata, apparso sul n.9 del 10-25 settembre 1947 della rivista “L'elettrotecnica”, fornisce, come sottolinea la redazione “la decisiva e definitiva documentazione della priorità della scoperta di Galileo Ferraris” basata sui seguenti dati:
a) Galileo Ferraris fra l'estate dell'anno 1885 e la prima metà del 1886 scopre, come confermato da diversi testimoni, il principio del “Campo Magnetico Rotante” che non rende pubblico desiderando perfezionarlo ed essendo impegnato in altre importanti ricerche e nell'insegnamento.
b) il 18 marzo 1888 Ferraris riferisce all'Accademia delle Scienze di Torino sulle “Rotazioni elettrodinamiche prodotte da correnti alternate” pubblicata il 22 aprile 1888 su “L'elettricità”.
c) l'1 maggio 1888 vengono rilasciati e successivamente pubblicati i “brevetti Tesla” poi da lui stesso illustrati il 15 maggio 1888 dinanzi allo “American Institute of Electrical Engineers”.
Ciò premesso, l'ing. Silva, riconosce però che la scoperta di Tesla, successiva a quella di Ferraris, si verificò in maniera autonoma ed indipendente dalla precedente: la scintilla del “Campo Magnetico Rotante”, cioè, si è accesa nel cervello di Tesla poco dopo essersi accesa in quello di Ferraris, in maniera autonoma ed indipendente l'una dall'altra.
Ma esaminiamo la personalità dei due personaggi.
NIKOLA TESLA (n.1856 o 1857 - m.1943) nato a Smiljan in Croazia, nazionalizzato americano, fu, come si legge sulla ”Encyclopaedia Britannica”, un intraprendente ed eccentrico inventore (“inventor”) capace di intuizioni geniali e che batte mille piste, piuttosto che un uomo di cultura dotato di solide basi scientifiche. Un grande laboratorista intento a continue sperimentazioni nel campo dell'elettrotecnica, talmente intense per cui, sempre secondo la “Britannica”, “sebbene ammirasse le doti intellettuali e la bellezza delle donne, non ebbe il tempo di rimanerne coinvolto”.
I risultati delle sue sperimentazioni ebbero pratiche realizzazioni industriali come ad esempio lo sfruttamento delle Cascate del Niagara per la produzione di energia elettrica, che gli assicurarono guadagni poi annullati da imprese fallimentari che alla fine della sua vita lo portarono all'indigenza.
Ebbe notevoli intuizioni quali le trasmissioni radio utilizzate per la guida di missili; la possibilità di usare l'eco radio anticipando il radar; realizzò “grafici a ombre” precursori dei “Raggi X”; studiò un “raggio della morte” per distruggere aerei e sostenne di aver avuto segnali da mondi extraterrestri.
Era noto per le sue idee singolari e discutibili per cui, sempre secondo la “Britannica”, era “una fonte provvidenziale per i giornalisti in cerca di notizie sensazionali, ma un problema per i direttori delle pubblicazioni scientifiche incerti sulla serietà delle sue profezie futuristiche”.
GALILEO FERRARIS (n.1847 - m.1897) nato a Livorno Vercellese, poi Livorno Ferraris in suo onore, fu uno scienziato di fama internazionale avendo scoperto che per mezzo di due correnti alternate presentanti l'una rispetto all'altra una differenza di fase è possibile produrre un “Campo Magnetico Rotante” che fu chiamato “Campo Ferraris” e, in Europa, “Rotante Ferraris”.
Fu docente universitario dedito agli studi ed alla formazione degli studenti che accorrevano ammirati alle sue lezioni; autore di numerose importanti pubblicazioni; rappresentante per l'Italia in congressi scientifici internazionali ai quali apportò importanti contributi.
Dotato di animo generoso, aiutò parenti e amici e fu anche assessore al comune di Torino.
Manifestò disinteresse per lo sfruttamento della sua scoperta e celebre è la sua frase: ” Sono un professore, non un industriale...Gli altri facciano denari, a me basta quel che mi spetta: il nome”.
L'elogio più importante attribuito alla sua memoria fu quello di Thomas Edison che definì Galileo Ferraris “il più grande fra i grandi che al mondo hanno rivelato la bellezza della scienza elettrica”.
Padova 27.4.2017 Giovanni Zannini




UNA SUGGESTIVA CERIMONIA DEI TEMPLARI A PADOVA

Il 4 marzo scorso si è tenuta a Padova nella chiesa di S.Francesco la cerimonia di investitura di 12 postulanti all'Ordine dei Templari appartenenti all' “Ordo Supremus Militaris Templi Hierosolymitani”, discendente dal Tempio di Gerusalemme.
L'incontro è stato organizzato dalla “Commanderia Stella Maris” appartenente al “Gran Priorato d'Italia” a sua volta dipendente dal Principe Reggente dell'Ordine, Dom Fernando Pinto Pereira de Sousa Fontes, Portogallo, ove l'ordine è assai diffuso avendo accolto molti cavalieri emigrati dalla Francia per fuggire le persecuzioni subite dopo la soppressione dell'Ordine nel 1312 e l'uccisione, a Parigi, dell'ultimo gran Maestro Jacques de Molay nel 1814.
Soppressione, va ricordato, effettuata da Papa Clemente V non per via giudiziaria, ma solo amministrativa, senza alcuna scomunica, cosicchè l'Ordine continua ad essere riconosciuto nell'ambito della chiesa cattolica.
Ottenuta nel 1128 da Papa Onorio II, su sollecitazione di S.Bernardo di Chiaravalle, l'approvazione dello statuto – che prevedeva un'autentica “licenza di uccidere” allorchè ci si oppone alla violenza altrui - i cavalieri dell'Ordine si dedicarono, come guerrieri, alla protezione dei pellegrini che si recavano in Terrasanta, spesso sottoposti a feroci aggressioni nonché alla lotta contro i nemici di Cristo, e come chierici laici, a quella contro i vizi e le tentazioni del mondo.
Il molto tempo trascorso ha trasformato i coraggiosi cavalieri di allora in generosi che oggi dedicano molte loro cure a favore dei bisognosi in Italia ed anche all'estero, soprattutto nei luoghi della Terrasanta, a ciò incitati, durante la S.Messa, dall'omelia del Parroco della chiesa ospitante..
La cerimonia padovana alla quale hanno partecipato anche rappresentanze estere fra cui quella canadese, ha inteso solennizzare l'ingresso dei nuovi cavalieri con una procedura che ha rievocato antichi riti medievali: l'accoglienza dei “postulanti”, la loro nomina a cavaliere e, successivamente, a cavaliere dell'Ordine, il giuramento e la vestizione con il candido mantello, tutto in un ambito di fede e di disciplina militaresca simboleggiata dalla spada – un autentico reperto d'epoca - che, impugnata dalla Gran Priora d'Italia Leda Paola Tognon ha consacrato i nuovi cavalieri.
La cerimonia svoltasi nella nostra città ha consentito di respirare il clima della Padova medievale ove – come attesta Gianluigi Peretti sulla rivista “Padova e il suo territorio” dell'agosto 2013 - presso la chiesa di S.Maria Inconia, poi trasformata nell'attuale complesso parrocchiale dell'Immacolata Concezione in via Belzoni, esisteva una “precettoria” dei Templari.


Padova 6-3-2017 Giovanni Zannini

giovedì 22 giugno 2017

LUTERO NELLA STORIA


Il riconoscimento del gran merito che va attribuito a Lutero  per aver denunciato la degenerazione, all'epoca, della Chiesa cattolica, non esime dall'esaminare, con obbiettività, altri aspetti, sia pure negativi, della sua personalità.
Anzitutto, un acceso antiebraismo manifestato soprattutto nel libro :”Sugli ebrei e le loro menzogne “.
Si tratta di un violento “pamphlet” nel quale si auspica l' allontanamento degli ebrei, accusati di ogni nefandezza, da tutta Europa, per farli rientrare nella loro terra d' origine.
Vi è chi dice che tale teoria sia stata fatta propria, secoli dopo, dal nazismo (ed è probabile che sia così): sta di fatto che esso ha adottato, consapevolmente o meno, il pensiero di Lutero sugli ebrei.
Altro aspetto negativo della personalità di Lutero è stato il suo pensiero sulla cosiddetta “Rivolta dei contadini” che insanguinò la Germania nel 1525.
Con la stessa veemenza con cui si scagliava contro gli ebrei, pur dopo aver criticato i padroni che li maltrattavano, egli condannò poi i contadini in rivolta capitanati da Thomas Muntzer (da lui definito “sanguinario e scellerato profeta”), 
cui rimproverava la disobbedienza nei confronti dei padroni,  con ciò giustificando ogni violenza contro di loro incitando “chiunque lo può...a colpire, scannare, massacrare in pubblico o in segreto” i rivoltosi.
Si afferma, a difesa di Lutero, che egli sia stato condizionato dal sentire dell'epoca: ma proprio ciò non giustifica la sua miopia nel non aver individuato altre negatività del suo tempo - quali l'antiebraismo e la violenza dei proprietari terrieri – e di non averle denunciate e combattute con la stessa foga con cui si era battuto contro la curia romana.
Quanto sopra per un'obbiettiva ricostruzione della personalità di questo importante personaggio a torto aspramente criticato nel passato dai cattolici , ma che, a causa dei gravi errori più sopra ricordati, non pare meritare tutto l' incondizionato elogio che gli viene oggi attribuito nel cinquecentesimo anniversario della sua riforma.
Padova 11-5-2017 Giovanni Zannini









lunedì 20 marzo 2017

EDOARDO BASSINI GARIBALDINO FRA SCIENZA E STORIA

Edoardo Bassini appartiene a quella categoria di italiani che dopo aver dedicato generosamente nel periodo risorgimentale le loro migliori energie alla causa della liberazione d'Italia dal giogo straniero seppero poi trasferirle con pari entusiasmo ad opere di pace al servizio della società civile.
Era nato il 14 aprile 1844 a Pavia ove nel 1866 si era laureato presso una delle poche facoltà di medicina e chirurgia esistenti all'epoca in Italia.
Cresciuto nel clima universitario rovente di patriottismo, e ancor più sull'esempio dello zio Angelo fervente garibaldino, non esitò, all'indomani della laurea, allo scoppio della terza Guerra d'Indipendenza, a seguirlo ed a combattere in val Camonica nelle file dei “Cacciatori delle Alpi” di Garibaldi al quale si dovette, il 21 luglio 1866, a Bezzecca, l'unica vittoria italiana in quello sfortunato conflitto. Vittoria, come noto, resa inutile dall'ordine superiore – cui fu risposto con il fatidico “Obbedisco” - di interrompere l'avanzata che fin d'allora avrebbe potuto realizzare la liberazione del Trentino.
La cocente disillusione subìta portò l'anno successivo, in ottobre, il giovane medico a Terni ove si stavano concentrando patrioti intenzionati a passare il confine con il Lazio per tentare la liberazione di Roma. In attesa dell'arrivo di Garibaldi ancora “confinato” a Caprera, settanta di essi
fra cui il Bassini, comandati da Enrico Cairoli, pavese come lui e suo grande amico,
decisero di recarvisi con l'intento di indurre i romani alla rivolta e creare il “casus belli” per giustificare l'intervento dell'Italia in loro soccorso.
Partiti da Terni il 20 ottobre, passato il confine ed attraversato il Tevere, gli audaci incursori entrati in città si arroccarono a Villa Glori, sul colle dei Parioli, con l'intento di spingere i romani a sollevarsi contro il Papa.
Ma solo due coraggiosi popolani, Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti (che, catturati dalla gendarmeria papalina saranno decapitati) entrarono in azione facendo esplodere una parte della caserma Serristori. Tutti gli altri, bollati “degeneri romani” da Adamo Ferraris - fratello del grande scienzato Galileo - che partecipò all'impresa garibaldina passata alla storia con il nome di “campagna dell'Agro Romano”, pur sollecitati ad insorgere dalle manovre dimostrative dei garibaldini attorno alle mura della città, stettero alla finestra e non fecero una mossa.
Il gruppo di Cairoli fu intercettato il 23 ottobre dai papalini e ne seguì un violento scontro nel quale perse la vita il comandante Enrico e fu gravemente ferito suo fratello Giovanni (poi deceduto l'11 settembre 1869).
Bassini, colpito dalla baionettata di uno zuavo che gli aveve devastato il basso ventre, fu ricoverato al “Santo Spirito”, antichissimo ospedale romano e si dice che il Papa Pio IX, in visita ai feriti di quel combattimento, abbia detto, al capezzale del giovane lombardo in pericolo di morte per una peritonite stercoracea:”Speriamo che guarisca e che metta giudizio”.
A ricordo della sua partecipazione a quell'eroica impresa, il nome di Edoardo Bassini è inciso nel bronzo, assieme a quello degli altri suoi 69 compagni, a retro del monumento che sul Pincio rappresenta Giovanni Cairoli mentre sorregge il morente fratello.
Rientrato nella sua Pavia, Bassini ebbe la fortuna di essere curato da Luigi Porta, suo illustre maestro, che riuscì a rimettere in piedi il discepolo.
Ma fu proprio quella ferita che, a posteriori, si può definire provvidenziale, a trasformare l'audace garibaldino in un benemerito della scienza medica.
Nel corso della lunga malattia, desideroso di poter varcare la soglia della parete addominale che nessun chirurgo era prima riuscito a violare, egli ebbe così la possibilità di approfondire, proprio su se stesso, lo studio dei visceri
Guarito, per perfezionare gli studi in materia si recò all'estero ove incontrò i migliori specialisti dell'epoca.
Rientrato in Italia nel 1875 fu primario chirurgo presso l'ospedale della Spezia; nel 1878 professore incaricato di Medicina Operatoria e Clinica chirurgica presso l'Università di Parma, poi (novembre 1882) Professore ordinario di Propedeutica e patologia speciale chirurgica, quindi di Clinica chirurgica ( maggio 1888) presso l'Università di Padova.
E' famoso per aver eseguito per la prima volta il 24 dicembre 1884 l'operazione radicale dell'ernia inguinale introducendo nella tecnica operatoria la ricostruzione con sutura a strati dei diversi piani anatomici.
Tale intervento che da lui prese il nome di “radicale Bassini” si diffuse in tutto il mondo e costituì il fondamento di numerose varianti tecniche sviluppate successivamente fino a che fu soppiantato da quelle alloplastiche.
L'illustre chirurgo viveva da solo in una piccola casa vicino all'ospedale: celibe, schivo, partecipava raramente alla vita sociale dedicandosi soprattutto allo studio, alla professione ed ai suoi discepoli. Ad essi, non avendo egli lasciato nulla di scritto, va il merito di aver ricordato che il loro maestro fu anche pioniere della chirurgia avendo praticato, oltre a quello per cui è famoso, molti altri importanti interventi: sulla tiroide, l'isterectomia subtotale, una particolare metodica per il trattamento della palatoschisi; la tecnica dell'amputazione interscapolotoracica con legatura primaria dell'arteria succlavia, per l'anchilosi temporo-mandibolare e per la fissazione del rene mobile; la resezione ileocolica e la sutura vasale.
Suo unico svago, nei rari momenti di riposo, lunghe galoppate a briglia sciolta sugli argini del Brenta o del Bacchiglione.
Sul numero di agosto 2004 di questa rivista Ferdinando Vigliani nel ripercorrere il contributo della scuola padovana alla chirurgia, ha ricordato i meriti del Bassini ed ha citato quanto scritto su di lui da Manara Valgimigli, illustre letterato che insegnò all'Università di Padova negli stessi suoi anni.
Scrive Vigliani che Bassini, raggiunto alla fine del 1919 il limite di età dei 75 anni per l'insegnamento, aveva per qualche mese proseguito la sua attività ragion per cui l'eterna, imperante burocrazia italiana gli aveva inviato un telegramma con l'invito a lasciare immediatamente l'incarico, chiedendogli altresì di giustificare il motivo di tale suo comportamento.
E Valgimigli: ”...(Bassini) Impallidì, ma subito anche si riprese. Ordinò che gli sellassero e gli menassero alla porta della clinica il cavallo. Vi montò sopra e così a cavallo abbandonò Padova, la sua clinica ed il suo lavoro, per sempre”.
Nominato senatore del regno nel 1904 morirà nella sua tenuta di Vigasio , in provincia di Brescia, il 19 luglio 1924 e la salma riposa nel cimitero monumentale della sua Pavia.


Padova 28.2.2017 Giovanni Zannini

LA "DISOBBEDIENZA" DI GARIBALDI A MENTANA

Se è a tutti noto il tonante “Obbedisco” di Garibaldi nella III Guerra d'Indipendenza del 1866, meno nota è la sua disobbedienza del 1867 all'ordine del Re di fermare la sua corsa verso Roma.
Terminata la guerra d'indipendenza del 1866 il governo Rattazzi, sospettando che Garibaldi mettesse in atto un altro tentativo di liberare Roma dal Papa per farne la capitale del regno d'Italia creando gravi complicazioni internazionali, lo confinò, prudenzialmente, sotto stretta sorveglianza, a Caprera.
Ma fin dall'ottobre 1867 molti patrioti italiani fra i quali gli stessi figli di Garibaldi Ricciotti e Men otti, si erano concentrati a Terni, con l'intento di organizzarsi in attesa di oltrepassare il vicino confine con il Lazio, di invadere “Il Patrimonio” (così erano denominate le terre dello Stato Pontificio), e puntare su Roma.
Equivoco, nei loro confronti, il comportamento del governo Italiano che aveva stipulato nel 1864 con quello francese la cosiddetta “Convenzione di settembre” con la quale si impegnava a difendere la libertà dello Stato Pontificio in vece della Francia che aveva ritirato da Roma le proprie truppe fino ad allora garanti della sovranità del Papa.
Ma sottobanco, pur a conoscenza degli intenti dei volontari, il governo Rattazzi aveva deciso di chiudere, come si dice, un occhio ritenendo che, alla fine, avrebbe fatto comodo all'Italia se il loro tentativo avesse avuto buon esito.
Intanto Menotti, rotti gli indugi, alla testa di una colonna di quasi 3000 uomini, aveva attraversato il 21 ottobre il fiume Farfa che segnava il confine con il “Patrimonio” a Passo Corese (frazione del comune di Fara Sabina), inseguito da molti altri volontari che individualmente o a piccoli gruppi, a proprie spese, malamente vestiti e peggio armati, provenienti da diverse parti d'Italia, volevano partecipare con lui all'impresa.
L'entusiasmo dei volontari è massimo allorchè Garibaldi, partito da Caprera il 18 ottobre, dopo un viaggio avventuroso raggiunge il giorno 23 Menotti ed i suoi uomini ed assume il comando della spedizione.
Il giorno seguente, lasciato Passo Corese, punta su Monterotondo e sconfitti, dopo un dura battaglia, i papalini, s' insedia nel paese.
A questo punto, di fronte alla decisa reazione della Francia che imputa all'Italia di essere collusa con Garibaldi in violazione della “Convenzione di settembre”, il governo italiano presieduto da Menabrea succeduto il 27 ottobre a Rattazzi, effettua un brusco voltafaccia.
Così, lo stesso giorno dell'insediamento di Menabrea, il Re Vittorio Emanuele emette da Firenze, ove aveva spostato la capitale del Regno, un proclama con il quale, senza nominare Garibaldi, denuncia il comportamento di “schiere di volontari eccitati e sedotti dall'opera di un partito senza autorizzazione mia né del mio governo” e confida che “i cittadini italiani che violarono quel diritto si porranno prontamente dietro le linee delle nostre truppe”, ovvero rientreranno nei confini nazionali ponendo fine all'impresa.
E Vittorio Emanuele sarebbe stato pronto, in caso contrario, ad usare di nuovo la forza come in Aspromonte, se Napoleone, per evitare questa nuova tragedia, non lo avesse esentato affermando che avrebbe lui solo provveduto alla bisogna.
Sia qui consentito, a titolo di curiosità, aprire una piccola parentesi per segnalare un notevole errore nel quale, nel suddetto proclama, il re, o chi per lui, era incappato. Esso, infatti, si concludeva con una frase sgrammaticata con la quale il re confermava l'affetto ”per questa nostra grande patria la quale mercè i comuni sacrifici tornammo finalmente nel numero delle grandi nazioni”.
Ma lasciamo questo reale svarione, e riandiamo a Garibaldi.
Dunque, il proclama viene emesso il 27 ottobre allorchè egli, dopo una cruenta battaglia era riuscito a conquistare Monterotondo ove si era insediato e donde, preoccupato e turbato, “dall'alto della torre del palazzo Piombino trascorrevo la maggior parte della giornata a guardare Roma e ad osservare gli esercizi dei nostri giovani soldati” nonché, purtroppo, anche “le continue diserzioni provocate dai mazziniani”: grave affermazione peraltro smentita da Mazzini.
Il proclama reale provoca nei volontari una violenta protesta: si urla, si grida al tradimento, mentre frate Pantaleo (che aveva la funzione di cappellano dei garibaldini), infuocato, invoca l'Anticristo.
E Garibaldi? Non vi è alcuna traccia della sua reazione all'ultimatum, neppure nelle sue memorie,
ove di esso non si fa parola alcuna. Un anno prima, in Trentino, aveva risposto con il famoso “Obbedisco”. Qui, benchè offeso, tace. Cupo, non parla, non fa gesti clamorosi: lo ignora, e tira dritto.
Sconfortato, prende una decisione:” ...A causa dello stato morale della gente appena descritto, e trovandoci noi chiusi a nord dai corpi dell'esercito italiano che ci impedivano con la loro presenza di procurarci ciò che ci necessitava, dovevamo assolutamente cercarci un altro posto dove fare l'accampamento dove avremmo aspettato gli eventi per poi decidere il da farsi. Perciò, lasciato Monterotondo, marciammo verso Tivoli per lasciare alle spalle i monti dell'Appennino e qui avvicinarsi alle province meridionali. Venne deciso di incominciare la marcia
il 3 novembre al mattino”. E qui un desolante particolare: “Ma non tutti avevano le scarpe, e perdemmo tempo nella distribuzione per cui ci muovemmo soltanto verso mezzogiorno”.
Ed inizia la tragedia.
Tutto il corpo dei volontari, lasciato Monterotondo, imbocca la Nomentana diretto verso Tivoli, ma appena superato il paese di Mentana si trova di fronte un forte contingente di papalini usciti da Roma per affrontarli. I garibaldini sono inizialmente costretti ad arretrare su Mentana dove però la battaglia volge a loro favore e gli avversari sono messi in fuga. Ma ecco sopraggiungono in loro soccorso i francesi appena arrivati a Roma inviativi in gran fretta da Napoleone III. Di fronte ai loro micidiali “Chassepot”, i nuovi fucili ad ago che sparavano 12 colpi al minuto (gran belle armi, anche se forse troppo magnificate dal momento che in nota ad un libro sulle memorie di Garibaldi si legge che esse, usate per la prima volta a Mentana “s'inceppavano e si scaldavano troppo per essere impugnate, tanto che in gran parte sia era dovuto sostituirle”) ogni resistenza è vana. I garibaldini sono costretti a lasciare Mentana, a ripiegare su Monterotondo e quindi arretrare fino a Passo Corese ove, dopo aver deposto le armi sul ponte che attraversa il Farfa, varcano il confine e rientrano in territorio italiano.
Garibaldi, accompagnato da Francesco Crispi, viene accolto cordialmente, nonostante gli ordini governativi in contrario, dal colonnello Caravà che era stato ai suoi ordini in campagne precedenti e che lo imbarca su di un treno diretto al nord. Ma a Perugia, vane le sue energiche proteste, è arrestato, ed inviato in Liguria alle carceri di Varignano donde verrà rilasciasto dopo 22 giorni dietro sua formale promessa di non allontanarsene per almeno sei mesi.
Ma vi resterà quasi tre anni allorchè ai primi di ottobre del 1870, pur stanco e malato, oramai dimentico di Mentana, si recherà in Francia per mettere le sue residue forze al servizio della Repubblica francese sorta sulle ceneri dell' impero dell'odiato Napoleone III.


Padova 10-3-2017 Giovanni Zannini                                     

giovedì 9 febbraio 2017

TRANSNISTRIA LO STATO CHE NON C'E'

La Repubblica Moldava di Pridnestrovie (ufficialmente “Republica Moldoveneasca Nistreana”), conosciuta in Italia come “Transnistria”, la terra dei mitici cosacchi degli Zar,  è una striscia di terra di quasi 200 chilometri di lunghezza e 18/20 mediamente di larghezza esistente lungo la riva orientale del fiume Dnjestr (in moldavo Nistro).
Schiacciata tra il fiume ed il confine ucraino ad est, su di un'area di circa 3.500 kmq, si estende dalla località di Camenca a nord fino al confine ucraino a sud, con una popolazione (565.000 abitanti secondo l'ultimo censimento del 2004, ma attualmente sicuramente meno a seguito dell'emigrazione verso l'Ukraina) comprendente una forte componente di lingua russa.
Singolare il suo status dal momento che la comunità internazionale la ritiene una regione della Moldavia, mentre essa, unilateralmente, si considera una repubblica indipendente “de facto”.
Per comprendere questa figura di stato, singolare nel panorama internazionale, occorre risalire al 2 agosto 1940 allorchè il Soviet Supremo dell'U.R.S.S (Unione Repubbliche Socialiste Sovietiche) creò la “Repubblica Socialista di Moldavia” inglobante anche il territorio ad est del Nistro.
Ma, a seguito della dissoluzione dell'U.R.S.S. avvenuta alla fine degli anni 80, il 24 agosto 1991 il parlamento della succitata repubblica votò la definitiva indipendenza dall'Unione Sovietica e la costituzione della nuova “Republica Moldova” comprendente anche il territorio della Transnistria.
Il giorno dopo però, 25 agosto, il Soviet Supremo ivi costituitosi ad opera di indipendentisti filo-russi emanò a sua volta una dichiarazione di piena indipendenza dalla neo costituita “Republica Moldova”, assunse il nome di ”Republica Moldoveneasca Nistreana” e manifestò il proprio velleitario intendimento di unirsi alla Russia dalla quale peraltro la divide il territorio dell' Ucraina.
Questa insurrezione provocò una breve guerra iniziata l'1 marzo 1992 fra le due repubbliche moldave, quella effettiva e quella autoproclamata, conclusasi con un accordo del luglio dello stesso anno che in pratica lasciava inalterata la situazione.
Da allora si sono succedute trattative diplomatiche con l'intervento della Russia, dell'Ucraina ed anche dell'OSCE (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) con il solo risultato di lasciare inalterato lo “statu quo” pur rendendo meno violento il contrasto fra le due contendenti.
Diverse le caratteristiche dei due paesi.
La “Republica Moldova”, la più vasta, riconosciuta internazionalmente, che si estende a ovest del Nistro, fino al confine con la Romania, è prevalentemente agricola; l'altra, la concorrente, ha impianti industriali metallurgici installati a suo tempo per attirarvi immigrati dal resto dell'U.R.S.S. ma ormai obsoleti ed inquinanti. Ne esistono però anche di moderni come la grande centrale elettrica di Kuciurgan - che fornisce energia, con evidente potere ricattatorio, anche alla repubblica rivale –, una fabbrica per la produzione di componenti per aerei civili, cementifici e stabilimenti per la produzione di tessuti.
Ma la vera fonte di ricchezza peraltro assai equivoca, deriva alla Transnistria dall'imponente massa di materiale bellico accumulato durante la guerra fredda, in immensi magazzini e depositi sotterranei, a servizio della XIV armata dell'URSS che presidiava la riva orientale del Nistro, potente baluardo contro possibili attacchi delle potenze occidentali.
Tale materiale, che la Russia non può recuperare stante la difficoltà di attraverare l'Ukraina - divenuta repubblica indipendente - che la separa dalla Transnistria, ha trasformato la sedicente “Republica Moldoveneasca Nistreana” in un covo di mafie, di trafficanti di armi, droga, materiali chimici e radioattivi e di criminali internazionali che ne fanno un vero e proprio “buco nero” di illegalità e di corruzione al centro dell'Europa.
Inoltre essa è l'unico paese a perpetuare un regime vetero comunista: venera vecchi simboli che ancora fan bella mostra di sé nelle figurazioni e nei monumenti diffusi nella capitale Tiraspol come nel resto del suo territorio, ed aspira ad una unione con la Russia geograficamente assurda stante un ostacolo insormontabile: il territorio dell'immensa Ukraina.

Putin, per il momento, pare favorevole ad una federazione moldava che riunifichi le due repubbliche: a meno che un giorno ci ripensi e, come ha fatto per i russi della Crimea, decida di andare a liberare anche quelli della Transnistria riprendendosi, già che c'è, anche l'arsenale della XIV armata della defunta U.R.S.S. . // Padova 15-1-2017 // Giovanni Zannini

venerdì 3 febbraio 2017

L'ALTANA ANTIAEREA NELLA 1a GUERRA MONDIALE

L'altana è una piattaforma di assi di legno appoggiata sui tetti e retta da pilastrini, posta nella parte più alta di un edificio, un singolare belvedere assai diffuso a Venezia (ma ve ne sono anche in altre città) sulla quale i veneziani salgono per ammirare dall'alto il panorama della loro meravigliosa città o prendere il fresco nelle calde sere d'estate.
Ma chi avrebbe mai pensato di utilizzare questa tranquilla terrazza a fini bellici?
Eppure accadde proprio questo allorchè durante la prima Guerra Mondiale fu necessario provvedere a difendere Venezia dalle incursioni aeree nemiche e le altane furono trasformate in strutture strategiche per la difesa contraerea costituendo un primo esempio di difesa urbana contro le incursioni aeree nemiche.
Su quella piattaforma, infatti, veniva fatto salire un plotone di fucilieri che all'arrivo degli incursori apriva contemporaneamente il fuoco creando così una “bordata”, una rosa di proiettili che aumentava la probabilità di colpire il bersaglio.
L'arma utilizzata era soprattutto l'ottimo fucile mod.91 dotato di una gittata molto lunga e quindi in grado di colpire obbiettivi assai distanti, adattato ad uso contraereo applicando sullo zoccolo dell'alzo ordinario una mira a tre tacche studiata per colpire il bersaglio in avvicinamento, in allontanamento e proveniente da destra o da sinistra (v.foto).
Questa singolare batteria rappresentò nel 1915 per gli italiani la nascita della difesa contraerea consacrata da una medaglia commemorativa (v.foto).
Vi si vede da una parte un fiero leone con corona sormontata da corno dogale circondato dal motto ”Per l'aria buona guardia”; sul verso è rappresentata un'altana con la scritta “Urbis tutamen fastigium imbelle” ossia “Una pacifica vetta a difesa della città”.
Successivamente, nel 1917, il Comando Supremo emanò “Norme per l'esecuzione del tiro di fucileria contro aeroplani e dirigibili” effettuato da plotoni, adottando varie tabelle a seconda dell'arma usata, il fucile mod.91, ma anche il Vetterli mod.70/78 ed il Vetterli mod. 70/78 tubato.
Non si hanno notizie sull'efficacia di questo embrionale tiro contraereo ma si ritiene che ove esso avesse raggiunto il bersaglio sarebbe stato certamente devastante su aerei di tela e legno dell'epoca, per non dire dei dirigibili che pure furono usati dagli austriaci per colpire Venezia.
Il “fucile antiaereo”, che si potrebbe pensare arma antiquata della prima Guerra Mondiale, è stato invece utilizzato - ovviamente, perfezionato - anche nel corso della 2a.
E' infatti certo, come ricorda Churchill nella sua poderosa opera “La seconda Guerra Mondiale” – che gli valse il premio Nobel per la letteratura nel 1953 - che “fucili antiaerei”, certamente più evoluti rispetto a quelli del primo conflitto mondiale, furono utilizzati dagli inglesi anche nel secondo durante la strenua difesa di Londra contro i bombardieri tedeschi.
Infine, a proposito di fucili usati in funzione antiaerea, si ricorda che l'aereo dell'eroico Baracca fu abbattuto sul Montello proprio dalla fucilata partita da una trincea austriaca.

allegati: foto altana con fucilieri; medaglia commemorativa; alzo antiaereo; istruzioni

Padova 2-2-2017 Giovanni Zannini

mercoledì 1 febbraio 2017

LE ACQUE MIRACOLOSE DEL MAR ROSSO E DEL FIUME GIORDANO

L'episodio degli ebrei in fuga dall'Egitto che attraversarono il Mar Rosso prodigiosamente apertosi dinanzi a loro ma poi richiusosi al passaggio degli egiziani che li inseguivano, è molto noto.
Ma non lo è altrettanto quello assai simile descritto in “Giosuè”, uno dei libri storici del Vecchio Testamento, che racconta l'occupazione della Palestina da parte degli ebrei.
Vi si legge che dopo la morte di Mosè venne eletto a capo degli ebrei Giosuè – figlio di Nun, già ministro di Mosè -, un valoroso combattente che aveva guidato gli ebrei alla vittoria contro gli Amaleciti.
L'incarico è molto impegnativo perchè la marcia verso la terra promessa, già intravvista da Mosè dall'alto del monte Nebo, è inibita dalle acque del fiume Giordano oltrettutto gonfio per lo scioglimento delle nevi: e Giosuè è giustamente preoccupato.
Ma il Signore lo rassicura e gli promette che, come in passato ha protetto Mosè, così sarà per lui. Allora, fiducioso della parola di Dio rincuora la sua gente: si preparino, fra tre giorni avverrà il passaggio del Giordano, e sarà così possibile attaccare e sconfiggere la potente città di Gerico che sorge al di là del fiume.
In vista di ciò, incarica due esploratori di andare a vedere come stanno le cose e quelli, attraversato, non si sa come, il fiume, giunti in territorio nemico, per riposarsi si rifugiano nella casa di Raab, una “donna di mala vita”, che li ospita generosamente facendosi promettere che allorchè Gerico fosse stata conquistata dagli ebrei lei sarebbe scampata alla vendetta dei vincitori. Promessa che sarà poi mantenuta da Giosuè che, grato per l'assistenza data ai suoi due esploratori, la salverà dal massacro succeduto alla vittoria, e addirittura la famiglia di Raab verrà ammessa a far parte del popolo d'Israele: lei sposerà Salmon, della famiglia di Giuda e verrà poi ritenuta dai Padri (come si legge in un commentario della Bibbia) “come una figura della Chiesa”.
Rientrati alla base, i due esploratori riferiscono a Giosuè sull'esito delle loro indagini e lo informano che tutti gli abitanti di Gerico “sono abbattuti dallo spavento” ben conoscendo la fama guerresca degli israeliti.
E allora Giosuè lascia l'accampamento e si mette in moto deciso a sterminare gli odiati nemici: i Cananei, gli Etei, gli Evei, i Ferezei, i Gergesei, i Gebusei e gli Amorrei.
Può contare su 110.000 uomini, ma di questi solo 40.000 sono impiegati nella spedizione mentre i restanti sono lasciati a presidiare il territorio conquistato contro possibili attacchi nemici.
La sua strategia è del tutto singolare: davanti un'avanguardia costituita da 12 sacerdoti, uno per ciascuna tribù d'Israele, che trasportano l'Arca dell'Alleanza, dietro i soldati.
Ed ecco ripetersi il prodigio del Mar Rosso: appena i portatori dell'Arca, giunti al fiume, mettono i piedi nelle sue acque “quelle che scendevano di sopra si fermarono in un sol luogo e, alzandosi come un monte, apparivano da lontano, dalla città detta Alom fino al luogo di Sartan; e quelle che andavano in giù seguitarono verso il mare del deserto (detto ora  Mar Morto) e sparirono del tutto.... I sacerdoti che trasportavano l'Arca dell'Alleanza del Signore stavan ritti sopra la terra asciutta nel mezzo del Giordano e tutto il popolo passò per il letto disseccato”.
Superato l'ostacolo, gli ebrei cingono d'assedio Gerico la cui popolazione si rifugia dietro le sue potenti mura: ma ancora una volta l'Arca dell'Alleanza entra in azione.
Vien fatta girare per sei giorni attorno al possente baluardo seguita dai soldati israeliani cui Giosuè impone il silenzio assoluto. Al settimo, ad un suo ordine, essi esplodono in grida talmente alte che, amplificate dalle sette trombe che si usano per il Giubileo, fanno crollare la potente cinta difensiva avversaria e così può aver inizio la mattanza dei suoi abitanti. Unica superstite, sappiamo, la meretrice Raab per i meriti acquisiti nascondendo gli esploratori che Giosuè aveva inviato a Gerico.
Segue la conquista di Ai e di tutta la Palestina, quella meridionale e poi quella settentrionale, cosicchè, si legge nella introduzione al libro di Giosuè contenuta ne “La Sacra Bibbia” edita nel 1945 dalla Società S.Paolo di Alba, “Giosuè è una bellissima figura di Gesù che introduce con la spada della Croce il popolo eletto nella Terra Promessa del Cielo”.


Padova 27-1-2017 Giovanni Zannini